L’incredulità del conte Ettore ebbe ancora in quel giorno uno scatto; e fu quando vollero allontanarlo di là, facendogli intendere che tutto era finito. Alla contessa Albertina che con delicatissimi modi cercava di condurlo fuori, trovando per quello sventurato le parole del cuore, egli rispondeva feroce:

—Ah, la vostra religione! la vostra religione è una grande menzogna. E voi, con le vostre divozioni, l’avete uccisa; coi vostri digiuni, coi vostri scrupoli, coi terrori del vostro inferno l’avete assassinata.—

Albertina chinò la fronte, in atto di rassegnazione sublime. Poi dolcemente, quasi umilmente, gli disse:

—Il vostro dolore è legittimo, è sacro. Ma pensate, signor conte, che un angelo è salito in cielo a pregare per voi.—

Il conte Ettore fu atterrato da quella calma risposta; ed anche si pentì d’aver parlato con tanta durezza.

—Perdonate;—le disse.—Voi che credete, siete angeli in terra.—

Quella sera la contessina di Vaussana ebbe testa per tutti. Fatta preparare una lettiga e adagiare sovr’essa la sua morta amica, la fece trasportare nella notte alla Balma. Triste convoglio a lume di luna; triste ritorno della povera Gisella alla dimora de’ suoi padri, dond’era uscita il mattino con tanta gioia nell’anima, così fiorente di salute e di bellezza! La riposero nel suo letto; la sua stanza, tutta ornata di fiori e di doppieri, fu tramutata in camera ardente. Tre giorni la salma fu lasciata colà, assiduamente vegliata dai suoi, e dagli amici della famiglia, che si davano la muta. Così era adempiuto un desiderio della morta, a cui l’immediato trasporto della salma al camposanto era sempre parso un atto irriverente e crudele.—Io non intendo,—aveva detto essa tante volte,—io non intendo, quando uno muore, che smania sia quella dei cari congiunti di levarselo subito dagli occhi. Temono forse che non sia morto davvero, e che possa da un momento all’altro riaprire i suoi alla luce?—

Ma per lei non c’era più dubbio. Al terzo giorno un indugio maggiore sarebbe stato irriverente e crudele come una più pronta levata. La povera Gisella fu composta nella bara, e molti fiori scesero a dormire con lei nel chiostro della chiesuola patronale, dove già riposavano tante castellane dei Matignon della Bourdigue.

Maurizio s’era preso il carico di tutti quei funebri uffizi. Non aveva lagrime; era come istupidito; pareva tranquillo. Anch’egli aveva vegliate le due notti nella camera ardente, a due passi dal generale, che restava là, col capo tra le braccia ripiegate sulla spalliera d’una seggiola, muto, immobile, assopito nel suo dolore. La prima notte il vecchio non aveva notata la presenza di Maurizio: si avvide di lui sul finire della seconda, all’atto che fece Maurizio di andare a raddrizzare un torcetto.

—Voi?—gli disse sottovoce.—Perchè non siete andato a riposare?