—No;—disse Maurizio.

—Era mio dovere di domandarvelo;—replicò il Dutolet, facendo un mezzo inchino.—Resta che c’intendiamo sull’ora e sul luogo.

—Domattina, si era detto;—disse Maurizio.—Di là da quella montagna, sulla vostra diritta, ce n’è un’altra, detta la Sisa. Risalendo dalla cascata dell’Aiga, ci si va di prateria in prateria. Lassù, al lembo dell’ultimo di quei prati, è il confine. Vi accomoda?

—Sì,—rispose il Dutolet.—Portiamo testimoni?

—Nessuno.

—Come vi piace. Ma uno di noi due non isfuggirà all’imputazione di assassinio.

—Ci ho provveduto,—rispose Maurizio,—scrivendo una dichiarazione in due originali. Firmerete anche voi. Eccoli appunto.

—Avete proprio pensato a tutto;—esclamò il Dutolet, prendendo i due fogli, a cui appose la sua firma colla matita.—Dunque lassù, al piano della Sisa. Ci sarò alle sei del mattino. Ma intendiamoci bene;—soggiunse egli;—senza vergogna d’un po’ di ritardo che si potesse fare dall’uno o dall’altro di noi.

—Giustissimo;—disse Maurizio.—Del resto, io m’incamminerò per tempissimo. Di sopra l’Aiga si vede la Balma; io vi vedrò sempre salir la montagna.—

Presi questi concerti si separarono. Maurizio si avviò verso casa. Non trovò sua sorella Albertina, e gli spiacque.