Si sente in cuore così facilmente, così naturalmente, il bisogno di stare un po’ vicini alle persone che si amano, quando si è sul punto di separarci da loro per sempre! Chiese di lei alla gente di servizio: era uscita, gli dissero; forse per far qualche visita. Non già alla Balma, pensò egli allora, poichè lassù era andata prima del meriggio, a pregare sulla salma del povero conte Ettore. In paese, dunque: ma il paese, per piccolo che fosse, aveva ancora troppe case, troppe famiglie amiche e conoscenti, tra le quali non poteva indovinare Maurizio, che salutava tutti, ma non faceva visite a nessuno. Era in queste incertezze sulla piazza maggiore: la chiesa si vedeva aperta, ed egli entrò in chiesa. Avrebbe dovuto pensarlo prima; sua sorella stava là, al suo solito posto, nella cappella di patronato della famiglia Sospello; stava là, visibile ancora nella penombra della sera imminente.
Non era giorno di benedizione; ma la contessina soleva andare in chiesa ogni giorno, o di mattina o di sera, salvo i casi d’impossibilità, quando le cure domestiche, o i doveri della ospitalità, venissero a frastornarla. Soleva dire che la casa del Signore riconcilia colla vita: non per bigotteria, ma per riposare lo spirito, una visita anche breve a quella casa è piacevole: là dentro, dopo tutto, si pensa meglio al buon Dio.
Il gran crocifisso, unica maraviglia artistica della chiesa parrocchiale di San Giorgio, torreggiava sopra l’altar maggiore, spiccando col suo color cereo sul fondo scuro dell’abside. I piedi del martire sparivano sotto una gran fioritura di rose, disposte a mazzo enorme, che s’intendeva benissimo esser legato al tronco della croce. Quelle rose d’ogni colore, che davano all’augusto morente l’aspetto di un trionfatore, erano l’offerta costante della contessina di Vaussana. Quando il giardino del Castèu non aveva più rose in copia, erano gigli; quando non aveva più gigli, si succedevano le azalèe, le peonie, le giorgine, gli amaranti, gli astri, e tutti gli altri fiori della stagione autunnale. Recava anche il suo tributo l’inverno; più scarso, ma sicuro anche quello, essendo fiori di stufa.
La chiesa era deserta, e Maurizio non volle disturbar la sorella neanche col rumore dei passi: perciò, appena entrato, si pose sull’ultima panca a destra, sotto la grande navata. Era il posto di Gisella, quando giungeva un po’ tardi, e non volendo dare spettacolo del suo passaggio lungo le arcate, s’inginocchiava umilmente lì, mescolandosi volentieri alle povere donne del paese. Là dentro, finalmente, egli ottenne ciò che da sei giorni desiderava invano. Si sentì d’improvviso stemperare il cuore: senza sforzo, senza impeto, le lagrime gli scesero dagli occhi giù per le guance, silenziose lagrime e fitte, come una pioggia d’autunno. E in mezzo a quelle lagrime vide chiarori maravigliosi; tra quei chiarori gli apparve la povera morta, tutta vestita di luce, risalente entro una schiera d’angioli all’incontro del Dio di misericordia. Allucinazione anche quella? Una voce dal profondo voleva dirgli di no.
Rasciugò le sue buone lagrime, vedendo muoversi sua sorella Albertina. Essa lo vide, passando; ed egli si alzò per accompagnarsi a lei.
—Pregavi?—gli chiese Albertina.
—Sì, per tutti;—rispose.
Tranquillissimo, quella sera, quasi sereno, ragionò lungamente di cento cose con lei, evocando memorie infantili, facendo perfino castelli in aria per i giorni che non sarebbero venuti. Non egualmente serena si mostrava Albertina; ma la buona fata del Castèu aveva imparato nella lunga solitudine a padroneggiarsi, a non lasciar troppo scorgere le sue tristezze. Quando soffriva, soffriva dentro, e i sorrisi, come pallide viole alpine, le fiorivano timidamente sul labbro.
Maurizio si ritirò nelle sue camere alla solita ora. Ebbe un sonno profondo, senza visioni, senza incubi. Anche il cervello ha le sue calme nei grandi momenti, come le ha il cielo innanzi la tempesta. Quando si svegliò, erano le quattro del mattino. Si vestì senza fretta; sotto un leggero pastrano che portava qualche volta per la nebbia, nascose la busta delle pistole, e dall’uscio dell’orto si avviò verso la montagna. Ad una certa distanza si volse, per guardare il Castèu, la vecchia dimora dei suoi, la casa dov’era nato, e mandò un bacio alla sua buona sorella che non avrebbe veduta mai più.
Non gli mancava il tempo; andò a passi lenti su per la ripida costa. Si fermò anche un istante al borro, per sentir la cascata. Cantava, il gran fascio delle acque scorrenti, cantava sempre la sua monotona canzone all’abisso. Ma allora il signor di Vaussana sentì per la prima volta due canti in uno. Tendendo l’orecchio, udiva attraverso il frastuono della cascata un suono più sottile e più lontano, molle, ondeggiante, come una salmodia di chiesa. Sorrise, ricordando che quel fenomeno di sdoppiamento dell’udito gli era occorso spesso; in istrada ferrata, per esempio, quando il fragore delle ruote, lo strepito, lo scricchiolìo delle carrozze in moto, lascia intendere, a chi presti attenzione, un suono lontano lontano, come di angeliche voci laudanti nello spazio. Non era una allucinazione, quella; Maurizio conosceva il fenomeno, ancorchè non sapesse darsene una ragione. Nondimeno, gli piacque di sentir quelle laude lontane, attenuate via via, evanescenti nel profondo dei cieli.