Passato il gran salto dell’Aiga, superato il colmo del monte, dove le acque correvano a guisa di ruscello, andò oltre, risalendo di prateria in prateria, fino al piano della Sisa. Il comandante Dutolet non era ancora arrivato: ma erano appena le cinque e mezzo; si poteva dunque aspettare. Il buon ragno non volle del resto approfittare della scusa che si era preparata; e Maurizio lo vide, alle cinque e tre quarti, sbucare da una macchia di abeti, volgendo gli occhi di qua e di là, in atto di orientarsi tra quei rialti verdeggianti che vedeva per la prima volta. Maurizio sventolò il fazzoletto; il buon ragno lo vide, fece un gesto di riconoscimento e si avviò più sollecito, allungando quel suo paio di seste. Salutò, come fu vicino; Maurizio rese il saluto, e si avviò ancora per fargli strada sopra un bel prato alto, incurvato a guisa di sella tra due colmi di monte.
—Ecco il confine;—disse Maurizio.—Se voi andate trenta passi più in là, siete sul vostro.
—Tra due patrie,—osservò il Dutolet, incamminandosi,—che piccola cosa a vedere! e che gran cosa a pensare!
—Le più grandi cose son là;—soggiunse Maurizio, indicando su certe creste montuose alcune linee biancheggianti.—Il vostro forte di sbarramento è quello; il mio è quest’altro. Speriamo che tacciano sempre.
—Ma parlando noi per essi, non è vero?—esclamò il Dutolet.
—Che farci?—ribattè Maurizio.—Volete che contiamo i passi?
—Avete detto a me di farne trenta, per essere sul mio;—rispose il Dutolet.—Ne ho fatti trenta: accettiamo l’assegnazione del destino. Ancora una volta io vi domanderò: non possiamo dimenticare le nostre parole di ieri?
—No,—disse il signor di Vaussana,—vi ringrazio.—
E cavò dalla busta le sue pistole.
—Sono di misura eguale alle mie;—notò il Dutolet.—Tenga ognuno le sue.—