—È da stoici;—rispose Maurizio.—Ma presuppone almeno l’imperativo morale. Perchè faccio io il bene? Per appagare la mia coscienza. Perchè la mia coscienza sceglie la sua felicità nel bene? Per averne un piacere. Ma è un piacere ideale, se il più delle volte porta danno, sofferenza, pericolo, sacrificio e morte. È dunque un ideale. L’ideale suppone l’idea, l’idea suppone un mondo intellettuale che non è quello della cieca natura. Cercate, generale, indagate, troverete Dio necessario.
—Dove? non si è mai visto, ch’io sappia. Nel roveto, forse?
—Nella coscienza, generale. Se ci trovate la contentezza, perchè non ci trovereste la sanzione dell’opera buona?
—Ci penserò; ve lo saprò dire domani.—
Evidentemente, il generale era stanco; e nessuno vorrà dargli torto. Quanto al capitano Dutolet, egli si era addormentato del tutto. Diamo ragione anche a lui.
Capitolo V.
Si viene alle grosse.
Maurizio era rimasto un po’ male. Quella improvvisa stanchezza del suo interlocutore poteva significare due cose: o che egli, Maurizio, avesse ecceduto nella difesa delle proprie opinioni, o che il suo avversario, usato al comando in ogni cosa, fosse noiato di sentirsi contraddire.
Che stranezza, del resto, e come Maurizio si era lasciato ingannare dalle apparenze! Egli non avrebbe immaginato mai che quel vecchio soldato fosse un filosofo, che quel moderno gentiluomo campagnuolo avesse voluto ingombrarsi il cervello, asserragliare il suo grosso ateismo con tanto bagaglio di dottrina. Dall’alto di quella barricata il castellano della Balma aveva scaraventato sulla testa di Maurizio i suoi duri sarcasmi, le sue pungenti ironie. Son pure prepotenti questi spiriti forti, come amano gabellarsi da sè! Quando si degnano di disputare con voi, hanno sempre l’aria di compatirvi.—Ma come? anche voi, con queste idee di cent’anni fa? Ma questo è risaputo; ma questo è fritto e rifritto; ma questo è già stato ribattuto, polverizzato, annientato. Il mondo cammina, che diamine! In che grotta a mezza strada vi siete fermato a dormire? lasciatele al volgo, queste anticaglie; lasciatele alle donnicciuole, per bacco!—
Il volgo, si sa, è tutta quella gente che non importa istruire, che è bene lasciare nell’ignoranza, per utile suo, e nostro, per non accrescere il numero degli spostati, come oggi si dice, o degli spostatori, come forse si pensa. Le donnicciuole, poi, sono le loro madri, e le loro mogli; se occorre, saranno anche le loro figliuole e le loro nipoti. Gli spiriti forti non si abbassano; deridono o sorridono, secondo i casi e gli umori; ma passano sopra, gloriosi della loro dottrina, o di quella del sapiente di rimpetto; il quale sarà vissuto magari nel sereno disprezzo di ogni ubbìa metafisica, di ogni «concrezione ereditaria», ma poi sarà morto ascritto, per via di transazione, a qualche chiesa protestante, oppure, senza mezzi termini, col prete al capezzale e con al collo la medaglia benedetta dal papa. «Rammolliti», si capisce; tutti rammolliti, gli spiriti forti che non durano tali fino all’ultimo. Perciò vien di moda il premunirsi contro queste defezioni dell’ultim’ora, dichiarandole anticipatamente debolezze della nostra povera fibra.
E questo è poco male, finalmente; anzi non lo sarebbe affatto, a considerare le cose con ispirito di libertà. Ma il guaio è che questa divisione di spiriti forti e di spiriti deboli ha ridotto il nostro mondo civile ad una ben malinconica convivenza di due società, tra le quali è stretta unione d’interessi, di affetti, di consuetudini, e un gran vuoto per tutto il resto, che è poi la vita intellettuale, la vita morale delle anime. Donde avviene che questo povero mondo civile vada così barcollando alla sua meta misteriosa, come gli ubbriachi a casa loro, non indovinando più l’uscio, e tante volte neanche la strada.