Tra il signor Maurizio e il castellano della Balma si era fatta la pausa un po’ lunga. Il terzo, che sonnecchiava così bene sul piccolo canapè di ferro, ne era stato svegliato in soprassalto, come avviene in istrada ferrata al fermarsi improvviso del treno. Il capitano Dutolet aveva aperto un occhio, poi l’altro, ed era rimasto lì trasognato a guardare, mezzo intirizzito, mentre Maurizio si tormentava i baffi, e il generale, per occupare in qualche modo il silenzioso intermezzo, cercava di accendersi un sigaro.

Il signor di Vaussana se ne sarebbe andato assai volentieri, levando anche d’impiccio il suo avversario. Ma un pensiero lo tratteneva. La contessa Gisella gli aveva detto di aspettarla. E forse aspettarla era male. Ritornando, la signora avrebbe trovato il marito di cattivo umore, tanto nervoso da non lasciar passare il menomo complimento, da veder tenerumi, smancerie, svenevolezze in ogni discorso. I mariti in collera son tutti così, bestie feroci; e guai ad essere graziosi, cortesi, galanti, quando essi hanno le sopracciglia aggrondate.

Andarsene, dunque, scegliendo tra i due mali il minore? Sì, ma per qual via? Anche nella scelta della via c’era il pericolo, per un verso o per l’altro, di urtare i nervi al signor generale. Se andava per il gran viale, non poteva il castellano domandare che novità fosse quella? Le novità dànno sempre materia a pensare. Se andava per la strada del bosco, non si poteva credere che l’avesse scelta per combinar laggiù la contessa Gisella, che appunto di là era andata e di là sarebbe tornata?

Noiosa condizione di un uomo messo lì a dibattersi tra la stizza e le convenienze sociali! Ed ecco i bei resultati delle discussioni. Ma egli, in fin dei conti, se era stato vivace nella espressione del suo pensiero, non aveva neanche trasmodato, e a quella vivacità era stato spinto dal tono sarcastico del signor generale. Dal fondo dell’anima non gli traluceva forse il pensiero di canzonare Maurizio per la sua fede? Ora uno spiritualista, un credente, deve esser tanto più sincero, in quanto che troppa gente, che crede, par quasi che si vergogni di confessarlo davanti agli spiriti forti. Egli non aveva da parlare come un teologo, non avendo studiato teologia; ma da filosofo non materialista, nè scettico, doveva egli, per ottener grazia dal suo contradditore sarcastico, dare addosso a quelle credenze in cui sono stati educati i nostri padri, e in cui saranno ancora educati i nostri figliuoli?

Più ci pensava, e più si persuadeva di non aver niente a rimproverarsi. Quanto al generale, facesse il broncio fin che voleva. A un certo punto, se il silenzio fosse durato dell’altro, Maurizio avrebbe guardato l’orologio, fatto un gesto di terrore e parlato del solito appuntamento che cava gli uomini da una posizione difficile. Ma grazie al cielo non fu mestieri di bugie; la contessa Gisella appariva dal sentiero del bosco. Era un pochino affannata dalla corsa, e accesa in volto più dell’usato; ma il color delle rose le tornava bene come quello dei gigli. Venne innanzi leggera, saltellante come una bambina, sorridente come l’aurora. Non era un complimento, non una esagerazione il dire che con lei ritornava la luce. Che bella cosa una bella donna! C’è chi la preferisce al telegrafo e alle strade ferrate. Io all’invenzione della stampa. E voi?

Il generale parve gradir molto l’arrivo di sua moglie. La contessa giungeva opportuna a rompere quella scena muta.

—Già finita la discussione?—domandò ella, avvicinandosi al crocchio, che per verità non appariva troppo animato.

—Sì,—rispose Maurizio, inchinandosi.

—E siete battuto?

—Non so; forse.... e senza esserne persuaso. Tutti i vinti sono così;—soggiunse egli, sorridendo;—non vogliono mai convenire della loro disfatta.