—Noi siamo, signor di Vaussana, due edificatori di piramidi. Voi vorreste che io fabbricassi la mia coi vostri materiali. Vi ringrazio, ma non ne ho bisogno. Costrutta coi miei poveri mattoni, la mia si regge, come la vostra col suo vecchio granito. Segno, per uscir di metafora, che i nostri sistemi sono due rispettivi concepimenti del nostro spirito. Vi ricorderò a questo proposito ciò che ho sentito dire un giorno a Parigi da una gran dama russa, a cui si domandava in che consistesse la vantata ortodossia della religione sua, che era, dopo tutto, scismatica: «l’orthodoxie c’est ma doxie à moi; l’étérodoxie c’est votre doxie à vous». Voi con le.... opinioni del passato siete ortodosso; io sono tale con quelle del presente, e trovo nella teorica del Laplace, come nelle esperienze di Carlo Darwin e nelle dimostrazioni dell’Huxley, una spiegazione sufficiente dell’universo. La materia eterna e la legge immanente nella materia mi dànno ragione di tutto. Sto coi matematici, poi, e non moltiplico gli enti, che mi farebbero doppio e mi porterebbero ingombro. Ho detto, e vi saluto.

Poteva essere una chiusa faceta, o mostrava almeno l’intenzione di parer tale. Ma sicuramente ce ne potevano esser di serie, che non lasciassero tanto amaro nell’anima. Del resto, a mostrare che quell’intenzione non c’era, il generale fece una giravolta sui tacchi, e se ne andò via zufolando.

—Ettore!...—mormorò la signora.

Ettore si voltò, all’accento di rimprovero d’Andromaca; si voltò, ma era già in fondo al salotto.

—Ma sì,—gridò egli, stizzito,—che ci vuoi fare? Bisogna bene finirla così, una discussione come la nostra, che è già stata fatta un milione di volte, senza riuscire a nulla di nulla. Sono curiosi, questi nostri amici italiani, con la loro fede incrollabile! È un vizio di razza, lasciatevelo dire, signor di Vaussana, è un vizio di razza.—

Si andava di male in peggio. Maurizio durò una fatica inaudita a contenersi. Ne venne a capo, guardando i capelli bianchi di quel diavolo d’uomo; poi, con voce un po’ stridula, quasi sibilante, ma col sorriso sulle labbra, si contentò di rispondere:

—Ed è per guarircene, che delle nazioni civili si studiano di restituire la nostra capitale alle condizioni di Benares, la città santa dell’India.—

Il generale non ascoltava già più; usciva dal salotto borbottando.

La contessa aveva chinata la faccia sul suo telaino, nascondendo la ciglia. Quando le alzò, Maurizio c’intravvide una lagrima, e si turbò fortemente. Dopo un istante di pausa, guardò l’orologio.

—Sono le quattro,—diss’egli;—debbo partire.