Per dargli ragione, quel giorno il signor generale era aggrondato. Stava giocando a picchetto col capitano Dutolet; forse perdeva. All’arrivo di Maurizio si degnò di smettere il giuoco; facile sacrificio per coloro che pèrdono. La contessa Gisella stava ricamando, accanto alla finestra.

—Grazie;—gli disse ella, appena lo ebbe veduto comparire.—Il dottore è già stato tre volte al Martinetto; due ieri, e una stamane. La nostra ammalata va discretamente. C’è anche una donna del paese per aiuto. L’avete mandata voi?

—No, signora; ma ne avevo parlato al dottore, ed egli avrà provveduto.

—Siete dunque voi egualmente. Così i piccini son governati, e l’inferma è tranquilla; grazie ancora.—

Il generale stava in contemplazione davanti a sua moglie. Maurizio, per non aver aria di parlar sempre con lei, gli rivolse il discorso.

—Ebbene, generale, ci avete pensato?—

Il generale fece il gesto dell’uomo che non si ricorda alla prima; poi, dopo una spallata, rispose:

—No caro, non ho voluto perdere il mio tempo.—

La risposta era dura, ed anche ruvida parecchio. La contessa alzò gli occhi attoniti, per guardar suo marito. Ma egli in quel punto non guardava sua moglie, e non colse al volo quell’occhiata di rimprovero. Maurizio balenò un tratto, non sapendo che rispondere. E forse non era da risponder nulla; forse il generale non si sentiva bene quel giorno, ad onta del suo fiorente aspetto, della sua pelle vermiglia. Il tempo non era neanche buono; certamente gli dava ai nervi il vento di mare, così molesto, così uggioso in montagna, dove giunge sempre con un gran corteggio di nuvole.

Ci fu un altro silenzio tra i due, ma non così lungo come quello del giorno innanzi. Il generale non aveva veduto, ma certamente aveva sentito o indovinato lo sguardo di sua moglie; perciò credette necessario di ripigliare il discorso, e per salvare le apparenze, ed anche per tirare le somme.