—Perchè non credi?—le domandava Maurizio.
—Io?—rispondeva ella, stupita.—Non credo io dunque? Ma se credo all’amor vostro, Maurizio! Ma già,—soggiungeva, ridendo,—il mio buon amico è un bel discorritore; bisogna lasciarlo discorrere. Eccomi qua, vi sento, vi ascolto, son tutt’orecchi.
—Oh, questo, poi!
—Dico per modo di dire. So bene che son piccini; fin troppo piccini.
—Un’altra! Ma con voi non si può ragionare, mia bella prepotente. E siete bella, troppo bella per me, troppo bella per ogni povero mortale. Perchè di questa bellezza meravigliosa non essere grata a Dio? Vorreste voi dunque persuadervi di esser nata così per un caso, per un capriccioso incontro di cellule? Guardatevi in uno specchio, bambina miracolosa, e poi ditemi voi se è possibile di credere una cosa simile.
—Ma io non credo niente di ciò che voi dite. Maurizio. Voi mi accusate, io dubito, di aver letto certi libracci di scienza moderna. Nè moderna nè antica, mio bel cavaliere. Vivo, amo, son contenta di vivere e di amare; ecco tutto.
—No, non può esser tutto;—s’impuntava a sostenere Maurizio.—Dovete essere riconoscente.
—Ebbene, sia, sono riconoscente.
—A chi?
—A te.... che mi trovi bella;—rispondeva la pazza canzonatrice, dando in uno scoppio di risa.—