Non era ciò che voleva Maurizio.

—Vediamo di ragionare;—diss’egli.—Siete un fiore, un bel fiore, un fiore stupendo. E potete non darvi pensiero del come un tal fiore sia nato? Potete immaginare che sia nato così, per un caso, per un capriccio di natura?

—Leva il capriccio e metti il destino; metti la necessità, l’utilità, quel che vorrai;—rispose ella, alzando le spalle.

—Utilità!—disse Maurizio.—Passi per il frutto; lo capirei ancora. Il frutto è utile, infatti; possiamo credere che sia una necessaria produzione dell’albero, come l’albero una necessaria produzione del suolo....

—Come il suolo una necessaria....

—Sì, canzonatemi ancora. Mi mettevo a ragionar come voi, signorina. Ma il fiore non è necessario, è superfluo; sopra tutto è inutile che sia bello. E come potrebbe essere un prodotto della necessità, la bellezza? Come si potrebbe ammettere che si fosse formata la bellezza per cieca e sorda opera di selezione, di adattamento, di evoluzione? E l’ideale, che è il fior dello spirito, si sarebbe egli fatto per necessità di battaglia? Badate, mia dolce amica; per negare un intelletto creatore, noi siamo costretti a distribuire troppa intelligenza in ispiccioli a troppe miriadi d’organismi, a troppi miliardi di miriadi di cellule.

—E dàlli con le cellule! Ma io non ne so nulla, di tutte queste malinconie. So una cosa sola, Maurizio;—conchiudeva la bella birichina;—che noi spendiamo troppo tempo a discutere di filosofia. Questa è filosofia, non è vero?

—Quasi;—disse Maurizio, smettendo.

Un triste pensiero gli era passato allora per la mente.

—Povere nostre giornate serene!—riprese egli, sospirando.—Son per finire, o non le avremo più così lunghe.