—Le avremo ancora;—rispose Gisella, con la breviloquenza che bisognava usare per certi argomenti.—C’è una proroga al ritorno.
—Ah!
—Sì, una lettera di questa mattina; avevo dimenticato di dirvelo. Le esperienze di laggiù durano ancora, e sono molto interessanti;—soggiunse ella, respirando.
Al respiro di Gisella rispose il cuore di Maurizio con un sobbalzo d’allegrezza. Ma quel sobbalzo fu tosto represso dal ritorno di un brutto pensiero; dal brutto pensiero che opprimeva da più giorni la mente del signor di Vaussana. Perchè infine, lontano o vicino quell’uomo, ciò che Maurizio faceva, egli gentiluomo di stampo antico, egli cavaliere senza macchia.... Ma no, no, no, non voleva pensarci.
Capitolo IX.
Sull’orlo dell’abisso.
E andava innanzi così, alla ventura, come si va pur troppo in tante circostanze della vita, quando non siamo noi che scegliamo il sentiero o regoliamo i nostri passi, ma è la nostra passione, il caso, il destino. Pure, come gli era concesso dallo stato suo, andava abbastanza guardingo, e in certi casi perfino sospettoso. Egli sentiva istintivamente che all’effetto di quelle forze cieche non bisognasse aggiungere quello dei nostri piccoli errori, delle nostre facili dimenticanze, delle nostre naturali spensieratezze; perciò s’impensieriva di tutto, e almeno nelle cose minute, non potendo più nelle maggiori, nelle essenziali, voleva andar cauto. Di uno temeva, ad esempio, di uno dubitava, e quest’uno era il Feraudi, il contadino del Martinetto, il povero pastore che troppe volte gli accadeva di trovare sulla sua strada, o di veder da lontano, ma anche là in atto di guardare alla sfuggita, e certamente in condizione di notare quella assiduità di passeggiate al deserto. La gratitudine, a cui aveva accennato Gisella, era sicuramente una bella cosa, ma anche rara, molto rara nel mondo, come tutte le cose belle, e tale da non doverci fare un grande assegnamento.
Maurizio trovò il modo di combinare quell’uomo ad altre ore, da solo, e d’intrattenersi a ragionare con lui. Gli faceva larghe dimostrazioni di benevolenza, lo trattava con molta dimestichezza, quasi con amicizia, aiutando benissimo a colorire la cosa il ricordo di qualche servizio reso, e destramente conduceva il discorso sulla signora della Balma, affinchè quell’altro dovesse dirgliene tutto quello che ne pensava, ed egli, dal canto suo, potesse giustificare con qualche buona ragione quella frequenza d’incontri e di gite.
—Che bell’anima, la signora della Balma!—diceva Maurizio.—Come vuol bene a voialtri! Senza orgoglio, senza pregiudizi di sangue, non è vero? E semplice, poi! Par quasi una bambina. Come si diverte a correre per questi bei monti!
—Già,—rispondeva il Feraudi,—in questo è tutta la buon’anima di sua madre, la contessa Ippolita. Ma era più timida, la vecchia; non si fidava mica tanto; più in qua del Martinetto non si arrischiava mai, nelle sue passeggiate.
—Aveva ragione, perbacco;—ripigliava Maurizio, felice di aver condotta la conversazione a quel punto.—La montagna è sicura; non si ricorda che ci abbiano mai torto un capello ad anima nata; ma dopo tutto siamo vicini al confine; gente di fuori, d’una parte e dell’altra, disertori, pezzenti, non ne mancheranno di certo; un brutto incontro non sarebbe neanche impossibile. Ed è per questo che mi faccio un dovere di accompagnarla nelle sue escursioni, così lunghe e frequenti.