—Lei è savio, signor conte;—replicava il contadino;—e nessuno troverà da ridire intorno a queste precauzioni. Del resto, male non fare, paura non avere; ha ragione il proverbio.—
Questi discorsi calmavano e turbavano Maurizio: lo calmavano per un verso, lo turbavano per l’altro. Ed egli andava più guardingo che mai; voleva studiare, governare i suoi atti più che non avesse fatto fin allora. Per fortuna, dacchè era tornato a San Giorgio, non aveva avuto l’uso di farsi vedere in paese a diporto, salvo nei giorni di festa, e la sua mancanza non doveva esser notata come un fatto singolare, come un cambiamento improvviso di consuetudini. Uscendo sempre di casa dalla parte dei campi, non poteva neanche esser veduto dalle case più vicine al Castèu. Davanti al mulino non passava mai, e risaliva sempre e discendeva dall’Aiga facendo un giro assai largo. In casa, poi, inventava ogni giorno qualche pretesto di gite lontane sui monti, portando il fucile, come un gran cacciatore nel cospetto di Dio. Quel povero fucile riposava spesso appoggiato a qualche tronco d’albero, o contro i merli del torrione, dove non metteva paura di certo ai garruli abitatori della macchia. Ma egli così faceva per eccesso di precauzioni, volendo essere giustificato più che potesse delle sue lunghe escursioni agli occhi delle persone di casa.
Gisella era più forte, più serena, più franca. Di che cosa doveva ella temere? Usciva per i suoi malati, per suo diporto, per suo capriccio, e nelle sue gite non si era mai trovato niente a ridire. Non aveva fatto sempre così, anche da fanciulla, vivendo suo padre? Niente era mutato per lei, nè il casato, nè le consuetudini di vita. Si sentiva sempre la contessina dei tempi andati; tutti i servi della Balma l’avevano sempre veduta andare e tornare liberamente, scorrazzare a quel modo.
—Di che temete, Maurizio?—chiedeva ella, con la sua bell’aria di sicurezza, donde traspariva anche un lampo di celia amorevole.—Voi v’immaginate che tutti vogliano occuparsi dei fatti miei, e mi date più importanza che io non ho. Vi dispiace che parli così? Ebbene, diciamo che ne ho molta.... per te. Ma non per altri, sai, non per altri.—
Maurizio non voleva dir tutto. Le sue inquietudini si tenevano sempre a mezz’aria, vagavano di qua e di là, senza posarsi mai sopra un certo argomento. Ma se le sue parole non lo accennavano, il suo pensiero non sapeva allontanarsene, e negli occhi spaventati di Maurizio stava fissa una immagine molesta, l’immagine che lo rendeva cupo, che lo faceva fremere e tremar d’improvviso, anche negli impeti più caldi della passione. Non fremeva già, non tremava per sè; fremeva e tremava per la divina creatura, per l’amor suo così grande, così intenso, così vivo, e così minacciato di morte imminente, sospeso com’era ad un filo. Gli innamorati conoscono questi falsi equilibrii, e troppo spesso ne vivono. Del resto, c’è la sua voluttà anche in questo vivere di spasimi.
—Sapete,—disse un giorno Gisella, cogliendo a volo negli occhi di Maurizio uno di quei lampi che parevano illuminare di tetra luce il fondo del cuore,—sapete che alle volte, stando qui accanto a me, mi avete l’aria d’un condannato?
—E non lo sono io forse?—rispondeva egli sospirando.—So bene quel che mi aspetta. Non dovrò perdervi io, e tra poco, forse domani? Perdervi, sì; non sarà forse un perdervi, il vedervi appena qualche momento, e di rado, quando egli sarà ritornato?—
L’immagine prendeva un nome; dagli occhi passava alle labbra. Dal giorno che Maurizio aveva incontrata Gisella al Martinetto, ne erano passati almeno diciotto, e ancora un accenno a lui non gli era uscito di bocca. Ma il tempo stringeva; il ritorno temuto non incominciava a sentirsi nell’aria?
—Vero,—rispose Gisella,—non sarò più così libera. Triste cosa, amico mio, triste cosa!—soggiunse, traendo un profondo sospiro e reclinando la bionda testa sul petto di Maurizio.—Tu lo vedi, dunque? Bisognerà pensare al rimedio; ed io non ne vedo che uno.... ritornare alla Balma.—
A quella proposta improvvisa, Maurizio ebbe un sussulto per tutte le fibre.