—No, no;—diss’egli, tremante;—come sarebbe possibile?

—Nel modo più naturale;—rispose candidamente Gisella.—Egli vi scriverà, pregandovi di ritornare.

—No, alla Balma, no, mai.

—Perchè?—chiese Gisella, non intendendo quella ripugnanza.

—Perchè!... mi domandate il perchè? Ma egli.... egli ha dei diritti, dei diritti che il mondo riconosce per sacri. Dio mio!—esclamò il giovane, abbassando confuso la fronte.—Come oserei ritornare lassù, ora?... L’ospitalità.... la fiducia ch’egli mostrerebbe di avere in me.... C’è una legge, infine, una legge che io sento di avere violata.

—Maurizio! Maurizio!—gridò ella, spaventata, afferrandolo per le mani e costringendolo a guardarla negli occhi.—Ma no, che follia!—riprese tosto, sforzandosi di sorridere.—Perchè farmi paura così? La legge! la legge! Io ne conosco una; è quella dell’amore. Non lo credi tu, Maurizio, che questa legge vada innanzi a tutte le altre? Infine, ragioniamo; che cosa sono io per lui, se non una bambina, un ornamento della casa, una compagna della sua solitudine? e una compagna che non basta neanche a fargliela sentire un po’ meno, questa sua solitudine! Il suo cuore.... lo sai, dove lo ha egli il suo cuore? Nella testa, nella testa che gli ribolle sempre d’idee bellicose. Era un soldato, ed è rimasto un soldato; l’amor suo è il servizio, la disciplina, la manovra, la guerra. Vedi bene che t’inganni. Doveva restare otto giorni; ha scritto una lettera per prolungarsi la sua licenza; ed ecco, siamo quasi ai venti; potremo giungere ai trenta, ai quaranta. E perchè? per una serie di esperimenti importantissimi, che lo interessano tanto, laggiù, nel suo campo, nel suo poligono. Amico mio, è l’odor della polvere che inebria questi uomini. Che cosa vuoi che si faccia di me? Ed io, frattanto, io ho un cuore, non è vero? E te ne ho date le prove, Maurizio, di essere una buona bambina, che non ha voluto farvi disperare, come avrebbe fatto tanto volentieri una sciocca, una civetta, una donna cattiva. Vi ho detto: ti amo; non mi son fatta strappare la mia dolce confessione di bocca: e tu mi hai intesa, non è vero, mi hai bene intesa?—

Maurizio tentò di parlare. Quell’onda di passione, sollevata, ingrossata da tutti gl’inconscii sofismi del cuore, incominciava a soverchiarlo. Infine, egli amava quella donna, l’amava pazzamente; e non era colpa sua, ma di un perverso destino, se due uomini erano in lui, se ragione e sentimento cozzavano troppo spesso nell’anima sua, se quella, già usata a soccombere, voleva ad ogni costo farsi ascoltare, prima di oscurarsi e di spegnersi. Queste contradizioni sono frequenti nell’uomo moderno: la natura e il sangue, antichissime forze, comandano una cosa; il pensiero e la educazione morale ne persuadono, o ne intravvedono un’altra. Ma allora, non più: che cosa pretendeva da lui la ragione, se in tempo opportuno non aveva saputo parlare? Intendeva ella forse di ottenere alla legge del dovere una troppo tarda vittoria, che sarebbe stata un’ingiuria? e un’ingiuria a cui la delicatezza del sentimento e un’altra specie di educazione, la cavalleresca, non avrebbe mai consentito? Maurizio tentò di parlare: e le idee che gli si affollavano alla mente voleva esprimerle a lei, stringendola nelle sue braccia, bisbigliandole in sommesse parole all’orecchio della divina creatura. Son quelle che valgono, infatti, quelle che persuadono meglio.

Ma Gisella non volle ascoltarlo. Concitata dalla progressione del suo stesso ragionamento, voleva andar oltre, e non solamente a parole. Come mai una argomentazione così falsa, così contraria agli imprescrittibili diritti del cuore, si era affacciata tra i dubbî di Maurizio? Con quei dubbî era necessario di finirla una volta per sempre. Nel candore del suo peccato, trascinata da quell’impeto di passione che non sente più freno, si alzò, spiccandosi da lui, per andare verso la merlata del torrione, del dolce nido in cui erano raccolti; si affacciò, si spenzolò fuori con la testa e col petto, tanto che Maurizio atterrito si slanciò con le braccia tese per afferrarla. Gisella lo trattenne con un gesto, pur ritraendosi e volgendosi a lui sorridente; poi con un altro lo trasse accanto a sè, additandogli l’abisso che si schiudeva buio e rumoreggiante sotto i suoi occhi.

—Guarda!—gli disse solenne.—Guardate, Maurizio;—ripigliò, con uno dei suoi trapassi consueti dalla confidenza alla cerimonia,—guardate bene, ma bene, là dentro. C’è la natura in tutta la libera furia delle sue forze meravigliose. C’è il vuoto con tutte le sue paurose oscurità. Ma c’è ancora chi vuol leggere nel buio, chi vuol dettar legge alla natura. Ebbene voi che sapete tante cose, Maurizio, guardate, scrutate, indagate. Se c’è in quel buio altra cosa che il vostro amore ed il mio, se c’è una legge che li condanni, se c’è.... se ne siete ben certo.... gettiamoci nell’abisso, e puniamoci da per noi del nostro delitto, della nostra vergogna. Vi piace? a me piace.... Voi siete un uomo leale, ed io vi crederò ciecamente; la vostra parola sarà la mia legge.—

Maurizio fu per un istante affascinato; e istintivamente obbedendo, guardò nel vuoto. Rumoreggiava l’abisso, e nel tumulto assordante delle sue mille voci pareva chiamarlo.