Sì, c’era, la legge; c’erano anzi mille leggi, tutte derivate da quell’una, primitiva, ond’erano state mosse ad un cenno del creatore le forze cieche della natura. Anche quell’arco di sette colori vagamente disegnato a tenui gradazioni nell’aria, incurvato leggermente sul baratro, nello strato vaporoso dove migliaia e migliaia di gocce diffuse in sottilissima polvere d’acqua si offrivano in mobile superficie di prisma ai raggi del sole, anche quell’arco pareva una rappresentazione, lievissima, a mala pena sensibile, ma pur vera, innegabile, della eternità della legge. E non ci avevano veduto, gli uomini primitivi, il segno istesso della alleanza antichissima della natura con Dio, del conosciuto coll’inconoscibile? Attratto da quel ragionamento interiore, imperioso, prepotente, Maurizio levò gli occhi a guardare Gisella. Gisella guardava lui, con gli occhi fissi e le labbra tese, come per bere nelle prime parole di Maurizio la sentenza d’entrambi. Egli rabbrividì involontariamente, tremò tutto di aver forse indugiato troppo a rispondere.
—No, no,—diss’egli concitato,—no, no!—
E così gridando, l’afferrò per la vita, traendola a viva forza indietro, per modo ch’essa gli cadde resupina tra le braccia convulse.
—No, no;—ripeteva frattanto,—non guardare laggiù. Non sai che il vuoto attira, bambina? Anch’io sono stato sul punto di cedere. Gisella, Gisella, anima mia, vita mia, che è mai questo pazzo giuoco? Mi avete fatto paura. Ma è possibile, una follìa come la nostra? No, cara, no, adorata, non c’è niente laggiù; non ha leggi il vuoto. L’amore, hai ragione, l’amore è tutto. Non è l’anima del mondo, l’amore? E noi lo vorremmo sacrificare a quattro leggi umane, nate dal fatto materiale della occupazione della terra, e condotte di sofisma in sofisma a giustificare la servitù delle anime? lo vorremmo sacrificare a quattro leggi, che passano e mutano, oggi più spesso e più facilmente d’un tempo, tanto che noi medesimi le disfacciamo anche prima di vederle cadere in disuso per virtù di costumi? No, no, viviamo, Gisella, ed amiamo; il resto è nulla, nulla, davanti all’amore, a questa sublime visione dell’eternità, concessa alle creature da una misericordia suprema ed arcana.—
Gisella ascoltava, dolcemente cullata nelle braccia di lui da quella musica di voci interrotte e di sublimi follìe. Anch’ella, poi che tacque Maurizio, parlò; ed erano voci più sommesse, le sue, come versi di canzone mormorata tra la veglia ed il sonno.
—Vorrei essere.... sì, vorrei essere la serpicina che posava confidente la sua bella testina elegante tra le fauci ardenti d’amore del suo damo selvaggio; e così dolcemente stretta, dal mio caro spiraglio, vorrei ammiccare con la pupilla lucente di felicità al verde della macchia. Ma perchè Maurizio, il mio dolce e sapiente signore, ha una così ingiusta antipatia per il serpe? Lo so, è un animale troppo distante oramai dal tipo delle altre creature viventi; ma forse perchè egli è il più antico tra gli esseri. E striscia, il poveretto; striscia, perchè il mondo è freddo, freddo, troppo freddo al paragone dei suoi bei tempi. Ma allora, chi sa quante migliaia d’anni addietro, il sangue gli scorreva più caldo nelle vene; e il serpe andava più glorioso, con la testa eretta sul suo bel collo di cigno, e per tanti specchi quante erano le sue nitide squamme rinfrangeva in vivaci colori la bella luce di un sole più ardente. Egli era il signore del mondo, allora; oggi lo ha abbattuto la viltà delle cose. Le antiche leggende, trovandolo ancora padrone della terra, ne fecero il gran seduttore.... Seduttore!—ripeteva Gisella, sorridendo placidamente al vocabolo.—Bel signore di Vaussana, non siete un gran seduttore anche voi? Oh, senza volerlo, quasi senza saperlo.... Povero il mio Maurizio tanto caro!... Ma dimmi, dimmi ancora una volta che son io l’anima tua.—
Maurizio si era mosso in soprassalto. Anch’ella si scosse e rizzò la testa. Una voce si udiva, voce di canzone alta, squillante, di là dalla macchia dei nocciuoli. Ambedue riconobbero la voce del pastore, e sorrisero.
—Strano!—disse Maurizio.—Non l’ho mai sentito cantare.
—Tutti i pastori cantano, quando son soli;—rispose Gisella.—Ma per essere venuto da questa parte, dove non ci son prati da pascolo, bisognerà ch’egli abbia pensato di farsi sentire da qualcheduno.
—Per dare un avvertimento?—chiese Maurizio, turbato.