Maurizio non ricevette senza un po’ di vergogna quelle dimostrazioni di amicizia. V’hanno principii che non si offendono impunemente: la coscienza può sonnecchiare, non addormentarsi del tutto; ed anche quando è lento a venire il rimorso, la colpa si definisce da sè nel segreto dell’anima, si accusa in un vago senso di malessere nel profondo del cuore. Ma tanta gioia brillava sul volto di Gisella; tante faville d’oro si sprigionavano da quegli occhi d’indaco, che egli, superato il primo momento d’angustia, non volle vedere, seppe non vedere più altro. Se era tranquilla lei, perchè doveva esser da meno il signor di Vaussana? Se appariva così confidente lei, donna, perchè sarebbe stato egli, uomo, meno disposto a sommergere ogni molesto pensiero nella sensazione profonda di un amore, che era dopo tutto la sua vita, la sua felicità, la sua gloria?
Intendiamo che cosa sia questa gloria. Essa non è certamente la soddisfazione di un grosso egoismo, di una piccola vanità, di una ambizione volgare. È anche gloria, è gloria sopra tutto la luce viva di cui si cinge il gran sole, l’aureola di raggi onde s’intorniano le fronti dei beati, la cerchia profonda di teste adoranti e d’ali tese in estasi divina, onde l’arte ideale ha circondata la santità trionfante. Gloria è l’amore nella pienezza sublime delle sue contentezze, quando ha confuso due esseri che si sono lungamente cercati e intensamente voluti; due vite che si librano in alto, posando immobili in certe lor calme serene, pari a quelle dell’ora meridiana, quando sopra una medesima linea di mare si vedono posare due bianche vele latine; le quali, assai più che di far viaggio, sembrano compiacersi di gettare agli occhi del riguardante un lungo riflesso, immobile al par di loro, su quelle onde chete dove la luce si addormenta e il calore si spegne nella tonalità vaporosa del quadro. Dolce abbandono sul mar senza vento, con molta luce diffusa dall’alto e con molta pace dintorno: una luce che par così diafana, ma in cui l’occhio non vede; una pace che par tanto profonda, ma in cui l’intelletto non pensa.
Maurizio, per intanto, non pensava più che alla sua grande felicità. «Dio mio» diceva egli in cuor suo «se questo è un sogno, fate che duri, fate che io non mi svegli». Ma ascolta Iddio tutti i voti?
Il generale era grandemente mutato da quello di prima. Il recente viaggio gli aveva dato una scossa benefica al sangue. Aveva sentiti i tamburi, le musiche militari; si era tuffato nella prosa robusta della caserma, nella dolce poesia del gran rapporto, e ne era uscito rifatto come da un’altra fontana di gioventù. Gli esperimenti della polvere senza fumo lo avevano mandato in visibilio; gli avantreni di nuovo modello, il nuovo zaino della fanteria, il nuovo cannone dell’artiglieria di montagna, le nuove combinazioni chimiche in ite con cui l’amorosa umanità si prepara alle gioie della pace universale, lo avevano intenerito, ritemprato, rinvigorito, esaltato. In ogni ragunata dei vecchi compagni d’armi il gran verbo della patria era suonato ben alto. Bravi soldati, che l’abuso della filosofia non è ancor venuto a guastare! Ai pranzi solenni, ai punchs, agli absinthes, ai vini d’onore, si era parlato spesso e volentieri di rivincita, e il ringiovanito Bourdigue aveva promesso in parecchi brindisi che tutti i vecchi si sarebbero trovati al loro posto di combattimento. «Coûte que coûte!» soggiungeva. «Sono ancora saldo in sella. Vorranno ben darmi una brigata di mobiles! E per riguadagnare il perduto non si sarà mai in troppi».
Di tutte queste cose ragionava liberamente col signor di Vaussana, spesso dimenticando che parlava ad uno straniero. Maurizio stava a sentire, mostrando d’interessarsi al discorso, e, quando la nota della revanche squillava più alta, facendosi più piccino che poteva, quasi cercando, in quella specie di rannicchiamento morale, di far sparire l’immagine della propria nazionalità. Incominciava anch’egli ad esser vile, vile di quella tacita compiacenza, di quella spontanea complicità ond’è largo qualche volta anche un uomo di valore, verso chi è in casa sua il padrone, e non solamente il padrone della casa. Ascoltava, sorrideva, approvava, dando a quell’uomo la grata illusione di aver sempre davanti a sè il suo consenziente uditorio. Frattanto vedeva Gisella con la coda dell’occhio; e questo lo faceva restare immobile al fuoco di quella eloquenza soldatesca, che era poi tutti i giorni la stessa.
Gisella, pur troppo, non era sempre là a consolarlo delle sue lunghe fatiche; non istava più tanto ferma in salotto, nella sala del biliardo, o sui sedili della spianata. Gisella andava e veniva, aliando come una farfalla. Immensa gioia, vederla ricomparire ad ogni tanto, radiante apparizione di vermiglio e d’oro; ma qualche volta accadeva che la bellissima creatura lo lasciasse solo per ore ed ore, a tu per tu col generale concionante. S’intende che di quelle assenze sue, di quei sacrifizi di lui, lo compensava ad usura nei brevi momenti che poteva concedergli.
—Caro!—gli bisbigliava.—Come ho sofferto, a lasciarti, andando senza di te a vedere i figli di Biancolina! Ma ho pensato a te, sempre. Bella strada, che ho fatta tante volte con te! Domani, non è vero? alle undici; se dovessi ritardare dieci minuti, mezz’ora, non sarebbe colpa mia, lo puoi credere. Il nostro caro nido nel verde, dove soltanto ci pare di poter dimenticare ogni cosa!...
—Per troppo brevi momenti!—mormorava Maurizio, sospirando.
—Non son meglio che nulla? Pensate, bel cavaliere, che se mi aveste sempre al vostro fianco, verrebbe il giorno che vi.... No, no,—soggiungeva, lasciando in tronco la frase,—perdonami, ho detto per celia. Mi piace tanto di vederti fare quella cera lunga lunga! Sei bello, anche quando vai in collera. E ti amo tanto, Rizio, ti amo tanto!—
Rizio per lei, Maurizio per quell’altro, il signor di Vaussana era diventato l’amico necessario, il consigliere intimo, l’aiutante discreto di tutt’e due. Sì, certamente, di tutt’e due, senza che ci fosse modo o ragione di adombrarsene. Il generale, strano uomo e piuttosto disuguale d’umore, trattava sempre la moglie come una bambina. A certi momenti, Maurizio poteva figurarsi che quella divina creatura, posta tra lui e quell’uomo dal cieco destino, fosse per quell’uomo una nipote soltanto. E che discorsi curiosi gli toccava di sentire! discorsi che lo facevano fremere, tremare, impallidire, sudar freddo. Un giorno dovevano mettersi tutti e tre in viaggio, fare una corsa (una punta, diceva il generale) fino a Ventimiglia. Il tempo era bellissimo; si andava in vettura scoperta, come ad una passeggiata. La carrozza era già da un pezzo sulla spianata; da un quarto d’ora i cavalli facevano la ciambella sulla ghiaia, e la contessa, andata a mettersi il cappellino e a prendere la sua mantiglia, non si vedeva comparire. Gisella in quelle occasioni non era mai pronta; e il generale, che tante volte si spazientiva, tuonando contro la vanità delle donne allo specchio, era quel giorno di buon umore.