La mattina del terzo giorno, mentre egli già più non sapeva in che mondo si fosse, gli fu portata una lettera. Non occorreva chiedere chi fosse stato il messaggero: la mano di scritto parlava chiaramente da sè. Maurizio aperse la busta con le mani convulse, lesse con occhi tremanti la lettera. Gisella scriveva:
«Signor Maurizio,
«Quello che ebbi il piacere di dirvi tanti giorni fa nel vostro Castèu, vi ripeto oggi col migliore inchiostro della Balma. Perchè non vi lasciate vedere quassù? Il generale, nostro signore e padrone, si maraviglia molto di non veder più il suo amico Sospello. Saprete pure ch’egli è ritornato alla sua residenza ier l’altro. Amitiés».
Seguiva il nome: «Gisella Matignon de la Bourdigue». E alla firma teneva dietro un poscritto, ma d’altra mano, più ruvida, più grossa, più densa d’inchiostro, come d’uomo avvezzo a non mettere che firme.
«Ma sì, mio buono, ma sì» diceva il poscritto. «Che diavolo v’ha preso di non dar passata ad eccessi di nervi, a sfoghi di malumore? Se ne avete anche voi, venite a metterli in comune. Bourdigue».
Che cos’era avvenuto alla Balma, perchè si scrivessero di queste lettere a lui? Niente di male, a buon conto; e Maurizio incominciò a metter fuori un sospiro di sollievo. Poi, diffidente com’era e amante di sofisticare su tutto, almanaccò un pezzo sul fatto che la lettera fosse scritta dalla contessa. Ma il poscritto del generale era là, e mostrava chiaramente che la lettera era stata scritta da lei sotto gli occhi del suo signore e padrone. Avesse rotto lei il ghiaccio, o lo avesse rotto lui, la conseguenza era una sola: che gli si facevano garbatamente delle scuse, che ogni nube era dissipata, e che egli poteva andare alla Balma. Ora, il poterci andare significava doverci andar sùbito.
Il tono gaio della lettera significava ancora che tutto procedeva benissimo alla Balma. Come sono avvedute le donne! come sanno l’arte di farsi intendere, anche quando non vi dicono nulla! A proposito d’arte, non c’era egli un po’ di finzione, un pochettino d'ipocrisia tra le linee, specie in quell’accenno ad una visita al Castèu? No, perchè quella visita c’era stata difatti, e in quella visita la contessa aveva detto cerimoniosamente al signor di Vaussana quello che più volte, nei confidenti colloquii della montagna, Gisella aveva fatto intendere e dato per sicuro a Maurizio. Dunque, niente ipocrisìa nella lettera, solamente accortezza. Che, forse, per non apparire ipocriti, s’ha egli a dire ogni cosa? Maurizio, frattanto, per quel cenno della visita di Gisella al Castèu, sapeva già come regolarsi alla Balma, quando avesse da incontrar la signora in presenza del generale. Come sono avvedute le donne!
Andato quel medesimo giorno, e con aria di sollecitudine che rendeva più bello il suo atto, fu accolto a braccia aperte. Le aspre discussioni erano dimenticate, e non era neanche il caso di farci la più lontana allusione. D’altra parte, la montagna aveva custodito il suo dolce segreto: il viso che accoglieva era sereno, l’occhio limpido, il labbro sorridente.