Peccato che in mezzo a queste calme fossero ancor troppo frequenti i giorni di nervi! Il generale non era paziente per natura: non solo ogni contrarietà lo stizziva, il che può accadere a tutti; ma ogni lentezza, ogni più piccolo indugio, ogni inerzia naturale delle cose che lo circondavano, e che perciò dovevano dipendere da lui, lo faceva andare fuori dei gangheri. Avvezzo alle sonorità del comando, parlava troppo spesso con voce di tuono; e nel tuono della propria voce si eccitava, si riscaldava, s’infiammava sempre più, anche per cose da nulla. Nessuno toccava i libri della sua biblioteca; libri d’arte militare, annuarii, regolamenti, statistiche, a chi sarebbe mai venuto in mente di leggerli? Se qualche volta non si trovavano a posto, la colpa non poteva esser che sua. Ma no, non era sua, era di tutti, quando cercava e non trovava il fatto suo; e guai, allora, guai a tutti! era un diavoleto, un finimondo.

Degli abiti non era molto curante; abiti borghesi, robaccia! non meritavano di occuparsene troppo. Nella biancheria era più sofistico: quella toccava la pelle e poteva dar noia. Così, le sue camicie dovevano aver la salda e non averla, abbracciare il collo e non stringerlo, non farsi sentire per nessuna costura. Quando, per troppa salda di quelle, o per subitaneo ingrossamento delle corde del collo, si sentiva nulla nulla a disagio, ficcava due dita nel colletto, e crac! strappava senz’altro, bestemmiando la cameriera, che fuggiva nella sua camera a farsi il segno della croce. Se non trovava lì per lì le sue cigne, era un guaio dei grossi: peggio poi se, dopo averle trovate, e cercando di abbottonarle, gli mancava o gli ballava il bottone nella cintura dei calzoni; la cameriera poteva credere venuto l’anticristo.

—Ettore!—si provava a dirgli la contessa, a cui dispiacevano quelle scene, ma ancor più di sentir sgridare a torto le persone di servizio.—Sai bene che non è lei. Son io che mi prendo cura dei tuoi abiti! son io che faccio sempre queste cose.

—E non capisco perchè tu lo faccia;—ribatteva egli, inasprito.

È proprio dell’uomo il non capire certe cose, specie in materia di delicatezze domestiche. Era così l’altro Ettore? Verrebbe voglia di crederlo. Infatti, lui morto, la bella vedova passò a seconde nozze con Neottolemo, e in terze con Eleno.

A taluna di quelle scenate era presente il signor di Vaussana, che non ci poteva far niente. Gisella chinava la fronte, dopo aver guardato Maurizio, con aria di volergli dire: «Vedete? non son mica tutti come voi, che apprezzate tanto questa povera donna».

Un giorno ella capitò all’Aiga col volto acceso e gli occhi rossi. Maurizio non l’aspettava ancora, ed era lassù al dolce nido per la sua prudente consuetudine di andar sempre al ritrovo due o tre ore prima del tempo. E dell’ora insolita e della strana animazione del volto di lei, Maurizio si maravigliò grandemente.

—Ti dispiaccio forse?—diss’ella.

—Ecco una parola ben crudele,—osservò tristamente Maurizio.—L’ho io meritata, notando una novità d’orario nella vostra cara venuta? Voi siete alterata, Gisella; avete anche pianto. Che cosa è stato? Una delle solite sfuriate, oppure....

—No, non cercate altro;—interruppe Gisella.—Una delle solite, ma un po’ più brutta delle altre, poichè dalle parole è passato per la prima volta agli atti. E per una cosa da nulla, avendo torto su tutti i punti. Gli avevano portato il caffè tiepido, gran delitto! Ed egli lo voleva bollente, per questa volta, senza averlo detto prima, mentre ordinariamente si lagna che glielo portino troppo caldo, facendogli perdere il tempo a sorseggiarlo. E perchè io mi ero provata a calmarlo con una buona parola, sapete come mi ha risposto? Scaraventandomi la chicchera addosso. Che ve ne pare? Un bambino viziato non farebbe peggio del mio vecchio padrone. Non ho detto una parola, non ho fatto un gesto, ricevendo l’offesa villana, alla presenza del servitore; sono andata a levarmi la veste macchiata, ne ho indossata un’altra, ho preso il cappellino, mentre egli era là a far le volte del leone in gabbia sul pavimento dell’atrio.