Benéfici effetti della trascuratezza di Felicino Magnasco, che non aveva badato a far scorrere la stanghetta della toppa a sdrucciolo nella sua rispettiva bocchetta! Oh caso, caso! E i filosofi verranno poi a sostenere che esso non è l'ordinatore, anzi l'azzeccagarbugli delle umane vicende?

La povera bella fu, sulle prime, come sbigottita da quello aprirsi improvviso dell'uscio, al semplice tocco delle sue dita. Quel quartierino aperto, e in apparenza deserto, le metteva paura. Tremò tutta dal capo alle piante, e si ritrasse fin presso la ringhiera. Ma di là tornava ad udire il rumore dei passi, e al rumore dei passi si mescolava il discorso di due persone che salivano, del qual discorso giunse fino a lei spiccatamente una frase: andiamo su, ella non ci sfugge di certo. E allora la poverina si fece animo, guardò in alto come per chieder protezione dal Cielo innanzi di commettersi nell'antro ignoto di quel quartierino, che si schiudeva luminoso a' suoi occhi, e si buttò perduta nell'anticamera. La sala era deserta; imperocchè l'unico servitore di genere mascolino che fosse in quella casa, trattandosi di una festa un tal po' scapigliata, aveva avuto licenza di andarsene a letto dopo l'ultima versata di sciampagna, e la licenza gli era paruta un comando. La bella sconosciuta non ardì nemmeno richiuder l'uscio; chè le sembrava di cadere di Scilla in Cariddi, e non voleva precludersi la ritirata da un male peggiore. Si inoltrò guardinga fino ad una portiera di seta azzurra; stette incerta un tratto, quindi si provò a sollevarla dolcemente, sporse la sua testolina nel vano, e le si parò davanti agli occhi lo spettacolo del mandarino dormente.

—Ah? Che vuol dir ciò?—chiese tra sè, con atto di meraviglia, la sconosciuta visitatrice. Di maraviglia, notate, non di paura!

Un uomo che dorme non fa paura ad una donna. Giaele, Giuditta, e tante altre donne famose di quella risma, ne fanno testimonianza non dubbia. La nostra sconosciuta, che non aveva nè chiodi di configger nelle tempia a Sisara, nè testa da troncare ad Oloferne, e che però ci aveva la coscienza tranquilla, dopo quel primo atto di meraviglia, compose le labbra ad un sorriso; un bel sorriso, in fede mia, e che illeggiadriva di molto le sue bellissime labbra.

Essa era bella, mio candido lettore, bella quasi come voi, mia adorata lettrice. Qui, poichè siamo alla luce dei doppieri (parlo in poesia, ma in umile prosa bisognerebbe dire di una lucerna Carcel), cadrebbe in acconcio uno scampolo di descrizione della sua ammirabile bellezza. Ma siccome non ho tempo da perdere, lascio che ve ne formiate voi un concetto colla fervida immaginazione, mio candido lettore, e che ve la raffiguriate voi, guardandovi nello specchio, mia adorata lettrice.

—Un cinese?—pensò la sconosciuta, guardando Fenoglio.—O dove diamine son capitata? E nessun altro in questa casa…. non una donna a cui volgermi…. E quei due che salgono le scale!… Dio mio che faccie sinistre! E come mi correvano dietro! Ah! essi sono già qui, sul pianerottolo…. urtano nell'uscio…. Ma io non l'ho chiuso, non l'ho chiuso! E come fare adesso? Signore! signore!—

Ma sì, chiamalo, Roberto Fenoglio aveva legato l'asino a buona caviglia, e non dava segno di volersi svegliare.

Ella ripetè, collo stesso tono di voce sommessa con cui aveva cominciato a chiamarlo: signore! signore!

A-ing-fo-hi!—borbottò nel sonno il bravo mandarino Fenoglio.

Cotesto non era rispondere, siccome ognun vede. La povera bella, sgomentata dal rumore che si faceva sul pianerottolo, ebbe ricorso ad uno stratagemma simile a quello del fagiano quando tenta di nascondersi agli occhi del cacciatore, ficcando la testa sotto un'ala; buttò l'accappatoio sotto una poltrona, che stava di fianco al canapè del mandarino, e si lasciò cadere su quella poltrona, rimanendovi supina in atto di donna dormente.