—Ah! sì, capisco,—disse Fenoglio, tornando a respirare liberamente,—io non debbo dir nulla. Non dubitate, sarò muto come una tromba…. cioè no, volevo dirle come una tomba. Che diamine! vedete mo' come talvolta ci tradisce la lingua.—
Non era vero niente; Roberto Fenoglio, rasserenato dalla piega che aveva preso il negozio, tornava ai suoi primi amori col bisticcio.
—Le siamo riconoscentissimi della sua bontà, signor avvocato!—entrò a dire il Piccione, colla lingua impacciata dallo Sciampagna.—In verità non potevamo aspettarci altro da un galantuomo pari suo. Oh se tutti fossero come Vossignoria, a questo mondo!
—Taci là, bestione!—interruppe il Negri, che voleva schiccherare anch'egli un complimento all'avvocato.—Se tutti fossero come il signor cavaliere….
—No, no, lasciate i titoli da parte, io non son cavaliere e me ne…. me ne…. insomma, non lo sono!—conchiuse Roberto.
—Il governo ha torto!—sentenziò il Negri.—Io lo servo, lo rispetto e lo venero, come è debito mio; ma egli ha torto a non far cavaliere un personaggio come Vossignoria. Basta, io non c'entro…. Che cosa dicevo, Piccione?
—Dicevi che se tutti fossero….
—Ah si, mi ricordo; volevo dirti che se tutti fossero come il signor avvocato, noi perderemmo il nostro pane, perchè non ci sarebbe nulla da fare nel nostro mestiere.—
E accompagnate queste parole con un inchino, il Negri si congedò dall'avvocato Fenoglio, pregandolo, scongiurandolo da capo a condonar loro la molestia che gli avevano involontariamente recata.
Così finì quella scena, che poteva avere ben altre conseguenze per uno dei due personaggi rimasti. Fenoglio accompagnò i due sergenti fino all'uscio di casa, e questa volta lo chiuse egli, colla debita attenzione, anzi con due mandate di chiave.