—Oh, mi rincresce di recar fastidio….—ripigliò Felicino,—ma proprio non capisco… non ricordo più perchè io sia tornato quassù….—

E il povero Magnasco, cavato di tasca il fazzoletto, si andava asciugando il sudore che gli gocciolava in copia dalla fronte.

—Ecco…,—diss'egli, come furono nel salotto,—mi ricordo…. Appena ti ho lasciato, son corso verso casa…. Ma ho trovato degli amici sotto i portici del teatro Carlo Felice, che uscivano da cena…. Essi mi hanno trattenuto colle loro chiacchiere…. Poi, sono andato a casa… ma giunto a mezza scala, mi avvedo che ho dimenticata la chiave. Dove posso averla lasciata, se iersera l'avevo? Allora ho pensato che il mio pastrano l'avevo riposto nella tua anticamera, e che per conseguenza…. Ma permettimi, vo subito a vederci; di certo la è cascata in qualche cantuccio….—

E senza aspettar altro, Felicino Magnasco, che non aveva ancora alzati gli occhi verso la sua cugina, uscì a precipizio dal salotto.

—Or bene, che si fa?—chiese Roberto alla signora Laura.

—Che si fa?—rispose ella.—Raccontargli…. È il partito migliore.

—Oh no, signora, nemmeno per sogno!—disse Roberto.—Egli crederà che lo si voglia ingannare. Non c'è di peggio che la verità. E poi avete voi un gran tornaconto a scolparvi con lui? Già voi lo amate?

—Ma che! vi pare?

—Dunque….

—Dunque, ditegli ciò che vorrete.