—Ampia facoltà?…

—Pieni poteri.—

Era tempo che s'intendessero; Felicino tornava nel salotto.

—Ecco la chiave!—gridò egli, entrando col prezioso arnese tra le dita.—Essa era a terra, di costa al tavolino.

—Anch'io ho trovato la mia!—borbottò Roberto Fenoglio, guardando di sott'occhi madonna Laura.

Quindi, fattasi scorrere la palma della mano sulla fronte, come un uomo che ha presa una deliberazione, entrò a parlare in tal guisa.

—Felicino, amico mio, ti presento mia moglie!

—Tua moglie!—

Questo grido uscì dalla bocca di Felicino Magnasco, come il «tu quoque, Brute, fili mi?» dalla bocca di Cesare. In quel grido si distingueva la meraviglia, l'ironia, il rimprovero, e Dio sa quante altre cose ancora!

Roberto Fenoglio non s'era vantato oltre i suoi meriti, dicendo com'ei fosse nato per far l'oratore. Il discorso che gli venne fuori in quella difficilissima occasione, comunque spezzato dalle necessità del dialogo, lo ha collocato (nella mia stima, s'intende) all'altezza di Cicerone e di Demostene.