—Felicino,—diss'egli, con accento grave che dimandava altrettanta gravità dal suo uditore,—ricapitoliamo, e t'avvedrai di non poter darmi il torto.

—Ah, vedremo!—rispose Magnasco.

—Sicuro, vedremo, e da senno, non già per mo' d'ironia, come tu dici. E prima di tutto, che cosa sapevo io de' tuoi disegni matrimoniali con tua cugina? Innanzi che la signora Laura Moneglia diventasse la signora Laura Fenoglio, potevo io prevedere che un amico mio l'avrebbe un giorno chiesta in matrimonio? ed anco pensandolo in anticipazione, dovevo far io, era egli ragionevole di chiedermi il sovrumano sacrifizio di rinunziare alla sua mano… che è così bella? Tu non sarai così crudele da aver di cosiffatte pretensioni, Felicino mio, non è egli vero? Tu non vorrai inoltre negli amici tuoi, per atto di amicizia, il dono della profezia!

—No certo, io non pretendo tanto.

—Or bene? che colpa puoi tu fare a me, se ho sposato la tua leggiadra e nobilissima cugina… se un matrimonio clandestino….

—Ma, signore…—entrò a dir Laura con aria turbata.

—Or bene?—disse voltandosi a lei, Roberto Fenoglio.—E i pieni poteri?—E nell'accento, come nello sguardo di Roberto, c'era tanta malinconia, che madonna Laura si diè quasi per vinta, e ricadde colla sua bella testolina inerte sulla poltrona.

Roberto Fenoglio proseguì volgendosi all'amico Magnasco:

—Io te lo ripeto, che colpa ci ho? Stanotte tu mi cogli alla sprovveduta, mi tiri un colpo a bruciapelo, chiedendomi di renderti servizio presso la tua signora cugina…. Io casco dalle nuvole…. Non so risponderti… non so dirti, spiattellarti la verità… piglio tempo, per aspettare il tuo ritorno e raccontarti a mente serena ogni cosa… ma ecco, tu capiti cinque ore prima; mi trovi solo colla mia signora… che colpa ci ho io?

—Sta bene;—rispose Felicino, mettendo fuori le parole a stento,—ma tutto ciò non è molto chiaro. A qual pro un matrimonio clandestino?