Era con noi, in quel giorno della fine di aprile, la piena gioia di vivere; il compiuto possesso della giovinezza nostra in ardore; la ebbra coscienza di coesistere al mondo con le cose belle, luminose, armoniose, nell'ora nostra, nella grande ora nostra di vita.
La felicità ci era sorella; seduta con noi sulla macchina che si avventava per le strade della campagna assolata, tutta un profumo di fieni e di biancospino. Si correva fra siepi bianche di fiori, via in una dolcezza di luce distesa senza violenza; ed ogni casolare, ogni vecchia villa, ogni pieve aveva la sua parola gettata sul nostro rapido passare come un augurio. E noi, pellegrini del sogno, fuggivamo senza sapere perchè, dietro il volo della nostra gioia che si chiamava giovinezza.
Difficilmente gli uomini, se non hanno un grande cuore, sanno rinnovare l'incantesimo nella cosa raggiunta; il partire per giungervi, è tutto; poi all'arrivo, quasi sempre non resta che cenere.
Ravenna ci accolse nella sua malinconica pace raccolta fra le piccole squallide case, le millennii basiliche e l'umido verde delle piazze sacre alle ore di nessuno, alle ore che si distendono sui vecchi muri giallastri per dormire con la luce che dorme, col cuore che dorme da tanti mai anni.
Giacometta volle veder subito Teodora, la Basilissa che appare dal mosaico bizantino co' suoi grandi occhi neri i quali serbano la fissità di un fascino inestinguibile e di un inestinguibile dominio.
L'auto si fermò dinnanzi ai cancelli della Basilica antichissima.
Un nuvolo di ragazzi e di donne ci si strinse intorno, in una curiosità piena di esclamazioni ammirative e di sonanti insolenze.
— È tutto qui? — chiese Arlecchina guardando l'aspetto esteriore della Basilica.
— Vieni... vieni!... — le rispose Giacometta e, presala per mano, la trascinò, quasi correndo, nel tempio.