Arlecchina volle guardare a sua volta; si diressero poi alla navata dei mosaici; a quella che splende ancora del cuore del tempo che la consacrò a Dio.
Qui nel colore, nella forma schematica che si ripete sempre identica come un rito liturgico, nella raffigurazione dei simboli e dei miti, l'anima bizantina risplende nella sua fastosità e nel terrore di Dio.
Giacometta ed Arlecchina non dissero parola. Nel Tempio eravamo soli. Ogni rumore era spento. Dall'esterno non giunse che un remoto tocco di campana, subito disciolto nel basso silenzio. La luce che scendeva dai vetri opachi, simili a sottili lastre di alabastro, recava intorno un pallido oro di cui si vestivan tutte le cose. Fuori c'era il sole, la primavera; ma nell'ambito della severa basilica, pareva trascorresse un'ora eternamente uguale nei millennii; e fosse, fra quelle mura, la immutata pace di un luogo ultraterreno. Quale fiumana di anni, di aspetti; quale parola divina turbava l'anima delle due giovanette? Si sentivano esse annegare sulla via dell'inconcepibile? naufragavano in Dio?... Era la pace dell'infinita immensità raccolta nella suprema speranza, o il terrore dell'annientamento nello spazio senza limiti dell'eterno, che le teneva così, un poco pallide e estatiche, smarritamente mute?... La loro giovinezza, il cuor loro di allodole solari, l'essere e tutto il mondo dell'essere loro, ecco che non eran più niente; non più di un povero fiore sugli oceani, di una favilla nei turbini. Esse sentivano questo, all'improvviso, tramutate.
Dove troverete l'Ospite vostro, lievi anime del piacere? Se il mondo vi apparisse squallido, talvolta, dove potrete trovare l'Ospite vostro?
Quello che era già nel bianco paradiso dei semplici, in quale luogo oggi, in quale idea può riposare, nell'amorfa tenebra senza tempo?
E stavano strette a braccio a braccio, unite come due passeri sopra un nudo ramo nel cuor dell'inverno; si rifugiavano nell'ultimo tepore di non sentirsi sole, nella gran legge che associa le forze per creare dall'infinito il finito. E in questo loro istinto di sentirsi unite non era già la presenza di Dio? L'avvertivano esse? Forse non eran più del tremito e del colore della foglia del salice, la quale avverte ogni impercettibile moto dell'aria e a questo si abbandona, inerte. E il loro pensiero era l'attesa che trepida; la loro volontà era la volontà che non ha nome nè volto e chiude d'un tratto la vita nell'enigma.
Esse l'avvertivano, spaurite, nell'immenso impero di quel silenzio improvviso; nel fascino della antichissima finzione dell'arte bizantina. Prima a riscuotersi dal giogo angoscioso, fu Arlecchina. Disse, sottraendosi di scatto a quella che diventava un'ossessione per l'anima sua insofferente:
— Franzi, è davvero il ritratto di Teodora quello?
La Basilissa si levava dal cupo fondo del mosaico, di fra le cameriste, pallida e altera; i grandi occhi neri, nel piccolo volto ovale, vivi di quella cruda volontà, di quel violento fascino che sempre l'avevan fatta padrona, sì nell'abbominio, come nel palazzo imperiale. Ella appariva ancora come la figlia più schietta del voluttuoso e mistico Oriente.
Le nostre voci, per quanto sommesse, riempirono il tempio di un sonoro brusìo. L'incantesimo svanì. Giustiniano non si guadagnò uguale attenzione da parte di Giacometta e di Arlecchina le quali, ormai, non sentivano che la necessità di uscire, di respirare l'aria libera.