— Comunque sia — ribattè Arlecchina — siamo destinati al nido delle celebrità!
— Se così le piace! — rispose il compìto signore. Poi, disegnato l'ultimo inchino e l'ultimo sorriso, ci lasciò soli coi nostri nomi senza diadema; nell'oscurità del tempo e dei tempi.
— Dunque dormiremo nella stanza della divina Eleonora... — gridò Arlecchina non appena la porta fu chiusa e il compìto signore, lontano. — E voi, Franzi... voi riposerete la vostra testa, senza alloro, sullo stesso guanciale che seppe Alcione e Francesca da Rimini. Ma ormai è tardi e dobbiamo andare a pranzo. Che ore sono, Franzi?
— Le sette.
— Arlecchina?... — chiamò Giacometta dalla prossima stanza. — Vieni... vieni a vedere!...
— Che c'è?... — domandò Arlecchina fuggendo.
Poco dopo le udii ridere; e mi chiamavano:
— Franzi?... Franzi?...
Le raggiunsi. Mi fecero leggere sulla spalliera di un enorme letto nuziale a baldacchino (antico e solenne come una veste di parata del 1850), una breve iscrizione tracciata a lapis copiativo e in inglese. Diceva:
«Io, Joe Greeniwood, americano dell'Arizona, ho riposato in questo letto in una calda notte d'estate, pensando ai miei quattro miliardi!»