— Franzi?

— Eh?

— Siete pronto?

— Ai suoi ordini.

— Allora potete passare.

Dove avevate tolta la nuova veste che indossavate: Giacometta ed Arlecchina?

Suonava la campana del pranzo; meglio di una campana era il suono lugubre di un gong che faceva venir in mente una qualche pagoda sulla vetta di una stilizzata collina.

Ancora debbo dirvi una parola d'amore, compagne della mia dolce giornata; per quanto eravate belle quella sera, nell'albergo che porta il nome di un nomade poeta, in fondo a una città di provincia. Ma tu, Giacometta, non eri più la stessa; la tua cruda compagna pareva ti tarpasse un poco le ali, con la sua esuberanza, col suo prepotere di bella pantera che si sente agile e pronta e non teme rivali. Tu parlavi molto meno; ridevi, sì, ma il tuo cuore non era con noi. Nella sala bene illuminata trovammo molta più gente che non la mattina; ma erano comitive del luogo; erano i rumorosi nativi che si compiacevano di cenare al Byron per imparentarsi con quel po' di mondanità che poteva offrire Ravenna.

Il cameriere ci aveva serbato lo stesso posto del mattino.

Il tavolo era coperto di rose (delicata attenzione che commosse Giacometta); e ci aspettavano due bottiglie di champagne in ghiaccio.