Domani la civiltà potrebbe essere, come noi eravamo, un cencio sanguinante dietro al quale la scalmanata follia delle moltitudini ululasse il suo scherno.


Ci guardammo di fra le bozze, i gonfiori, le piaghe e le lividure; ci guardammo da un occhio solo, Luca ed io, e ci si meravigliò di essere ancora vivi e di esser vicini.

Eravamo in camera di sicurezza.

Abbandonati su due tavolacci vicini, ci avevano lasciati là come cose immonde.

Ed era sopraggiunta la notte.

Mi pareva di aver vissuto duecentomila anni e della mia vita non ci capivo più niente. Solo, a incommensurate distanze appariva un isolotto, un frammento di memoria.

Ravenna... Giacometta... il giardino di Principina...

Ma l'una cosa non si riconnetteva all'altra. La mia coscienza era a brandelli.

Luca trovò ancora forza per dirmi: