Il marchese volle togliermi d'imbarazzo fin dalle prime parole.

— Non vi date pena, caro figliuolo; siete e potete restare mio ospite fin che vi piaccia. Anzi vi avverto che dovrete passare con noi la vostra convalescenza. L'abbiamo deciso, se proprio non avete impegni che vi chiamino altrove. Potrete divertirvi. La Stellata offre qualche divago. Vi si fa della buona musica; vi si amano i bei conversari ed anche vi si balla. Io non sono più giovane, ma amo circondarmi di persone giovani. Adoro la giovinezza che da sola può far scusare la vita. Dunque non vi date pensiero e restate, sicuro di fare a me, e non a me solo, un grande piacere. Giacometta vi deve molta gratitudine. Conosciamo la vostra nobiltà e l'abbiamo apprezzata.

Egli vide certo gli occhi miei luminosi perchè mi strinse forte la mano e se ne andò sorridendomi.

Suor Costanza, che cos'erano i secoli alla mia vita, in quel giorno?

Ricordate con quali parole vi dissi molte cose discrete?

E vi dissi, fra l'altro, levandomi dal letto (Dio, quanto spavento nei vostri poveri occhi come foglie secche!...), vi dissi:

— Sorella, oggi non si muore e neanche domani. Per tutti gli anni del mondo non si può morire! Noi siamo immortali, sorella!...

E voi rispondeste, e vi tremava il mento nella parola:

— Tu sei troppo ragazzo! Lo saprai un giorno come cambiano le cose col tempo!...

— Ebbene, Suor Costanza, e noi diremo al tempo di volerci dimenticare per un piccolo secolo almeno!...