Un titolo che prometteva i più remoti paradisi alle fanciulle e alle donne con qualche anno di più.

Ora aveva ceduto alla insistenza del marchese Otomaro, e si era ritirato alla Stellata per lavorare a L'alba lontana.

Disponeva di tutto un appartamento al primo piano ed ivi si rinchiudeva per la maggior parte del giorno.

A volte le giovinette sostavano nel giardino ad ascoltare la eco di una melodia. Dicevano appena appena:

— Rorò lavora...

Dicevano ancora, ascoltando, con un tremito nella voce:

— Senti... che cosa divina!

E le note cadevan dal cielo in fondo al loro cuore, accasciato d'improvviso sotto il peso di tutto l'amore.

E dell'Alba lontana nessuno sapeva niente. Rorò non si era sbottonato neppure col marchese Otomaro. L'Alba lontana era una cosa remotissima nel vivo mistero che si chiamava Rorò.

Egli veniva componendo contemporaneamente i versi e la musica. Diceva che i grandi poeti dell'antichità avevan trovato, quasi sempre, la nota ai loro poemi. Diceva che musica e poesia sono due cose inseparabili e che un vero poeta, per essere compiuto, dovrebbe anche essere compositore. Citava Pindaro... e il suo mecenate: Jerone, ai tempi belli della divina Siracusa.