Ahi, Rorò! Biondo semidio, quanto mai sonno togliesti alle notti delle vergini bolognesi!
Perchè tu parlavi dell'arte tua con prodigiosa sicurezza e non v'era chi non ti potesse credere.
Con tutte queste cose e queste peculiari doti, Rorò si era creato un piccolo regno in attesa di un più vasto impero.
E passava, fra il mattino e la sera, per gli azzurri giardini delle innamorate, lasciando sulla sua strada l'onda di un canto nostalgico che pareva schiudesse le occulte strade dei sogni. Passava per dileguare, il divino fanciullo, chiuso nel suo silenzio immutabile.
Ora io lo guardavo. Egli sedeva in faccia a me, fra la signorina Bice Alandri e la signora Clara Salvi le quali se lo disputavano.
Il bel fanciullo rispondeva loro senza troppa fretta e senza scomporsi mai.
Piuttosto vedevo gli occhi suoi cercare molto sovente gli occhi di Giacometta e se avveniva che li incontrassero, allora pareva si disciogliesse in una sùbita profonda carezza.
Ma Giacometta non vi faceva caso e bastava a me questo piccolo segno, per riempirmi di sconfinata consolazione.
XXVI
L'Angelo dalle sette note.