In amore si può imparare qualcosa, quando non si può più amare.

La gelosia insegna l'agguato. Ormai ero convinto che la cosa dovesse maturare, fra Giacometta e Rorò, nonostante le schermaglie alle quali avevo assistito. Non potevo adunque salire in camera mia e rinchiudermi fra quattro pareti, nel dubbio che non mi dava pace.

Ora io conoscevo una piccola porta di servizio, nella Stellata, della quale serbava la chiave il cuoco. Mi conveniva adunque accordarmi col cuoco per potere agire a mio agio quando tutti fossero saliti alle loro stanze, essendo stati solidamente chiusi i portoni della villa. La mia timidezza sfumava di fronte al bisogno di procurarmi un mezzo per poter sapere.

Mi presentai al cuoco, trovai una scusa che avvalorai con una cospicua mancia e la chiave della porticina di servizio fu in mano mia.

Fatto questo, mi allontanai nel giardino, in attesa che la comitiva salisse al riposo e fossero spenti tutti i lumi della Stellata e chiuse tutte le porte. Non ebbi da attender troppo. Ogni voce dileguò; i lumi a pian terreno si spensero l'uno dopo l'altro; i portoni furono serrati. La Stellata si preparava al sonno.

Ora mi fermai sotto le finestre della camera di Giacometta, avendo cura di nascondermi in un cespuglio di evonimo.

Giacometta non aveva chiuso le persiane; aveva accostato gli scuri alle vetrate. Un filo di luce trapelava tuttavia.

A mano a mano i bagliori che filtravano dalle finestre, si spensero. La Stellata si immergeva, tutta buia, nel lume della luna; acquistava un altro aspetto, una muta severità che non le conoscevo, rientrava fra le cose del mondo oltre la voce degli uomini.

Qualcuno parlò nella notte, forse da una finestra all'altra, ma non intesi il dialogo benchè mi giungesse distinta la parola:

— Vieni!...