Era la voce di Arlecchina?... Era la voce della compagna sua Orsetta?...

L'invito scivolò nell'ombra; qualcuno rispose:

— Sì.

Non si udì altro. Si udì solo un leggero stridore d'imposte.

Dalla stanza di Giacometta non arrivava nè suono nè voce. Il lume era sempre acceso.

Avevo il presentimento che qualcosa doveva accadere e non mi decidevo ad abbandonare il mio posto di osservazione per sceglierne un altro, nel timore che, cambiando, fosse avvenuto, nell'intervallo, ciò che volevo sapere.

Stavo così nel dubbio che mi tormentava quando ecco levarsi nella notte una voce lontana. Ascoltai... non ebbi più dubbio... era Rorò che cantava.

A mano a mano il canto si avvicinava. Tenevo gli occhi alle finestre di Giacometta.

Era una tragica e lenta monodia, quella degli esiliati, nell'opera Siberia del maestro Giordano.

Poi non si udì più. Le finestre di Giacometta non si erano smosse; il lume era sempre acceso. Era possibile che fra l'insolita veglia dell'una e la passeggiata notturna dell'altro non dovesse essere nessun legame? Il tormentoso dubbio mi diventava certezza. Un'ira sorda e disperata si levava da tutto l'essere mio.