Giacometta.

Che voleva dir questo? Perchè da Bologna alla Monaldina, alla malinconica villa della piana ravennate? Che nascondeva il capriccio di Giacometta?

L'ultima volta, adunque, doveva essere laggiù, fra un fiume e i filari degli olmi, nel silenzio della campagna?... Ella ritornava, mi chiamava per dirmi addio; ma perchè?... Perchè incrudire una pena? Dovevo andare o no?...

Sentivo che sarei andato, che non avrei potuto vincere il penoso orgasmo che mi trascinava verso di lei, eppure mi piaceva negare, dentro di me, tale evidenza e impormi una rinunzia che non avrei accettato.

Dovetti togliermi dalle coltri. Mi vestii distrattamente, tanto che, a volte, rimanevo sospeso non sapendo ciò che mi restava a fare. Il mio dolore, assopito un poco in una settimana di religioso silenzio accanto a Principina, riprendeva tutta la vita mia, si impossessava una volta ancora di tutto me stesso.

Perchè chiamarmi per l'addio? Per mormorare le ultime parole che straziano; le parole che segnano l'inevitabile fine?... Non era molto meglio evitare tutto questo? A quale spiegazione si poteva addivenire s'ella aveva già il fermo proposito di finirla?

Io dovevo essere forte la seconda volta ancora; dovevo sorriderle, farle capire che era molto meglio non rivederci più. E questo anche avrebbe fatto sì ch'ella non mi avesse dimenticato. Ella avrebbe sentito così che non sempre poteva giungere dove voleva; anche il suo fascino poteva mancarle qualche volta.

E una donna è perduta, in amore, quando si accorge che la virtù di incantesimo le manca; e si trova debole e sprovvista di fronte ad un uomo ch'ella ha creduto di tenere nel suo più fermo dominio.

Ma già sapevo che non ne avrei fatto niente.

Mentre così ragionavo, avevo l'ansia di andarmene, di arrivare nel minor tempo possibile alla Monaldina. E mentre da un lato pensavo di non ubbidire, studiavo, dall'altro, il mezzo col quale sarei partito: se col vaporetto o in bicicletta.