Forse mi aveva aspettato nella mattinata e mi aveva dato l'appuntamento alla Monaldina per un suo singolare capriccio o per chi sa qual altro rito tartarico. Perchè Giacometta non poteva e non sapeva dimenticare di essere la nipote di Tatiana.

Mi accorsi poi che anche la porticina della chiesa era socchiusa e che filtrava, attraverso alla fessura della porta, un bagliore di ceri.

Chi pregava maggio e Maria nella piccola chiesa della Monaldina?

I passeri ritornavano, a gruppetti, agli alberi del loro riposo. Si abbassavano come voli di foglie secche, dai tetti della villa fin verso i rami dov'era già un sommesso cinguettare.

Fra le foglie di un salice, il dolce trillo di due raganelle dava il senso dell'umida sera poi che l'ora della rugiada era già alla soglia del brolo e del giardino.

Trovai un cancelletto aperto verso la casa del contadino ed entrai.

Da un viale laterale, fiancheggiato da un duplice filare di tigli, penetrai nel piazzale della villa. Arrivai ai piedi della scala esterna; lasciai la bicicletta appoggiata al muro e mi disposi a salire.

Poi che mi presentai sulla soglia, non vidi nessuno. Sopra una seggiola era un largo cappello da donna. Sulla tavola un gran fascio di fiori e un paio di guanti. Chiamai; nessuno rispose.

Nelle altre due stanze aperte era un uguale silenzio. Giacometta e la signora Zeffira dovevano essere fuori di casa. Forse erano andate fino a Ghibullo, per qualche spesa.

Discesi in giardino. Mi disposi ad aspettare.