— Tu sai che non so essere cattivo.
— È vero. Dunque, dopo la tua partenza, Rorò non si dette per vinto. Lo trattai male, non volli più vederlo, gli rivolsi appena la parola. Ero indispettita con te e mi pareva di odiare Rorò. Ma certe volte, quando si metteva al piano a cantare, mi prendeva non so quale profonda malinconia... non so quale scoramento... e allora, s'egli avesse voluto prendermi, l'avrebbe potuto, e non era amore... no, Franzi, non era amore. Era un fascino malefico. Sotto l'oscuro dominio della sua musica, mi sentivo perdere; tutte le mie forze mi abbandonavano. Avrei pianto senza sapere il perchè della mia tristezza. Un incubo, ti dico!... Un incubo soave e malefico. E quando riuscivo a vincermi, quando potevo riprendere l'assoluta padronanza della mia volontà, allora mi proponevo di dimostrare a Rorò che non potevo soffrirlo; ch'egli tanto più mi diventava odioso, quanto più sapeva perdermi, in certe ore. Non gli rivolgevo la parola; non rispondevo alle sue ostinate insistenze. Ma Rorò non mi dava tregua. Con la testardaggine di un fanciullo prepotente, si era proposto di ottenere da me ciò che voleva. Nulla poteva togliergli la convinzione di riuscire. E ciò, a volte, mi dava una vera febbre di rivolta!....
— ... ma era amore!...
— No, non era amore! Ascoltami. Una volta decisi di andarmene. Volevo raggiungerti. Avevo sete di te. Tu mi apparivi tanto diverso! Quantunque fossi offesa...
— E che male ti avevo fatto io?
— Ma tu non conosci le donne, povero Franzi! Tu sei un bambino. Tu non puoi vivere che dei tuoi sogni e delle tue illusioni. Io ero offesa con te e ne avevo ragione. Non ci si lascia così, senza un'ultima parola... e non si vince abbandonando il campo della lotta! Ma non importa. Il fatto si è ch'io ti volevo bene anche allora come te ne voglio adesso; ma ero indispettita. Avrei voluto averti vicino per farti almeno un po' di male e darti poi tutto quanto il mio amore... ma tutto!... Tu non c'eri e un giorno decisi di andarmene. Volevo raggiungerti; volevo vederti, come ti vedo, e poi...
«Avevo già compiuti i preparativi in silenzio perchè a nessuno trapelasse qualcosa della mia decisione. Neppure Arlecchina doveva sapere. Sarei partita all'ora del pranzo, quando nessuno mi avesse veduta. E, all'ora stabilita, salii in camera mia per porre ad effetto il mio proposito quando vidi, sulla scrivania, una lettera per me. Riconobbi la scrittura di Rorò. Non volevo leggerla. Ormai mi aveva scritto troppe volte e sapevo, press'a poco, ciò che mi avrebbe detto. Presi la lettera; fui per strapparla; mi pentii. Era meglio ch'io sapessi ciò che mi scriveva; tanto non potevo temerlo, ed era per l'ultima volta. Strappai la busta. Lessi. Era una lettera piena di oscure minacce. Mi avvisava di essere partito e di aspettarmi a Bologna, al Baglioni. Mi supplicava di raggiungerlo. Dichiarava che, se non fossi andata avrei avuta sulla coscienza la responsabilità del gesto disperato ch'egli avrebbe compiuto. Un romantico, in poche parole, ma un romantico del quale io non sapevo quasi niente. Malato di nervi lo era; e se avesse per davvero posto ad effetto il suo proposito? Quella lettera mi lasciò perplessa. Intanto cominciai col non partire. Discesi a pranzo. Ero nervosa, agitata; non toccai cibo. Dopo pranzo Arlecchina si pose al pianoforte e cantò una romanza di lui.
«Io sono una debole cosa, Franzi! Io stessa non mi conosco ancora! Io non so che cosa mi provenne da quella musica... sta di fatto che salii in camera mia e, quando ebbi serrato l'uscio e fui sola, mi gettai sopra un divano, presa dal convulso del pianto. Soffrii come una disperata senza sapere perchè. Che cosa avevo? Perchè piangevo? Non ero libera di andare da lui quando l'avessi voluto? Non potevo dargli tutta me stessa, se ciò mi fosse piaciuto? No, io non volevo questo; anzi il pensiero di appartenergli mi destava profonda ripugnanza. E allora? Se non era amore quel mio turbamento, che cosa era mai?... Che cos'era mai?..»
Parlava sommessamente e rapidamente senza guardarmi. Guardava il sentiero. Confessandosi a me, provava la singolare voluttà di denudare l'anima sua di fronte a sè stessa. Provava il piacere di rivivere la sua pena morbosa, ne' suoi minimi particolari. Riprese:
— Dovevo soffrire... non so!... Era forse la notte di maggio col suo languore... era la mia stanchezza... eri tu che non c'eri. Come hai avuto torto ad andartene, bambino! Il giorno dopo, quando seppi che eri partito, giurai che non ti avrei riveduto mai più. Eppure...