«Basta, mi levai talmente spossata dal divano, che non avevo più forza di reggermi in piedi. E la mia debolezza ingrandì il mio tormento e la mia paura. Allora, senza sapere che cosa facevo, senza misurare le conseguenze del mio atto, senza preoccuparmi di ciò che avrei potuto decidere la mattina, dopo una notte di riposato sonno, gli telegrafai. Gli telegrafai così: Mi aspetti. Verrò.
«Tutto ciò mi dava un'amarezza insoddisfatta; ma... dovevo farlo!... Ero in preda ad una suggestione che non mi spiego. Forse io, pur senza consentire, subivo la forza della sua volontà lontana. Quando ebbi compiuto questo, mi sentii più sollevata e non pensai più a niente. Sentivo solo un profondo bisogno di non veder nessuno; di non parlare a nessuno; di essere sola... sola... sola!..»
Trasse un profondo sospiro. Pareva che, narrando, disfacendosi del ricordo, si disfacesse anche di una grande pena e sospirasse di sollievo per sentirsene, così, liberata.
— La mattina dopo pensai che per vincere l'angoscia dovevo andare da lui; dovevo affrontarlo, sola con lui, in una stanza d'albergo o in un qualsiasi altro luogo. Ciò non mi impauriva. Non era di lui come uomo che temevo; temevo il fascino oscuro dell'anima sua attraverso all'impero dell'arte sua; e temevo l'incompiutezza dei nostri rapporti. Bisognava arrivare ad una soluzione ed ero ben decisa ad arrivarvi, qualunque fosse stata la strada che avrei dovuto seguire. Tale decisione mi rese momentaneamente più leggera; mi rese più sopportabile la giornata. I miei preparativi erano compiuti. Alle undici salivo in automobile. Discesi al Baglioni.
«Arrivata all'albergo fui colta da una grande freddezza, da una indifferenza glaciale. Il sapermi, ora, vicino a lui mi dava una padronanza assoluta ed improvvisa de' miei nervi. Non lo temevo più. Avrebbe potuto minacciare la sua e la mia morte che ne avrei sorriso. Tutto il suo potere su di me, che la distanza ingrandiva, era meno che niente. Non volli vederlo subito; uscii. Verso sera, rientrando, incontrai Rorò nella hall. Non appena mi vide si fece pallidissimo. Non mi piacque. La sua faccia si contrasse in una smorfia implorante che non mi piacque. Io non capisco la pietà; non so essere pietosa. Nell'amore, la miseria di chi prega, mi fa più crudele. In nessuna battaglia si vince pregando; e l'amore, per me, è una bella battaglia. Se egli mi avesse investita lo avrei forse ascoltato; ma il trovarmelo dinanzi così, come un miserevole fanciullo che si getta in ginocchio a pregare, mi indispettiva. Lo salutai passando. Non volli fermarmi. Poco dopo ricevevo, in camera, un suo biglietto nel quale mi pregava di accordargli un breve colloquio. Ero ben disposta. Glielo accordai subito. Poteva venire. Avevo un cattivo desiderio di vendicarmi; di fargli scontare tutta la pena che avevo involontariamente patita per lui. Si presentò. La mia freddezza lo sconcertava. Tu sai come sono quando mi si forma come un nodo nel cuore e non c'è più niente al mondo che possa commuovermi o rimuovermi dalla fredda impassibilità che mi tiene. Io sono allora come se vivessi una vita lontana da tutte le cose che mi stanno intorno; come se ogni mia sensazione si cristallizzasse. E non v'è preghiera o disperazione che mi smuova. Allora non posso vincermi... non posso!...
«Egli parlò per più di mezz'ora e non ricordo che disse. Lo lasciai parlare. Non mi interessava. Non una parola uscì dalla mia bocca. Quanto più l'eccitazione lo teneva, tanto più mi facevo fredda e muta. Solo in un punto, quand'egli tentò di avvicinarsi a me, le mani tese in un gesto di minaccia, gli occhi miei cercarono gli occhi di lui e questo bastò per vincerlo.
«Pianse, strepitò, si ruzzolò sul tappeto, finì per estrarre la rivoltella e per puntarsela alle tempie. Lo lasciai fare sorridendo. Ormai avevo veduta ben nuda l'anima sua e sapevo che non avrebbe avuto il coraggio di arrivare fino in fondo. E il coraggio non l'ebbe. E tanto più fu ridicolo agli occhi miei, quanto più aveva azzardato. Per tre volte uscì con aria tremenda e per tre volte rientrò più disfatto che mai. Alla quarta volta chiusi la porta a chiave. Non ne potevo più. Incominciava la nausea. Anche i miei nervi si stancavano e la tensione era troppo grande. Mi gettai sul letto e mi addormentai così, senza svestirmi, perchè il sonno mi sopravvenne come un letargo.
«Il giorno dopo ritornò all'assalto. Aveva una disposizione d'animo migliore. Mi promise che sarebbe partito la sera stessa. Si era già fornito del biglietto di viaggio e me lo mostrò. Mi chiese se, per l'ultima volta, avessi acconsentito a fare una passeggiata in vettura con lui. Perchè negarglielo?
«Egli non parlava più; solo, di tanto in tanto, tentava una carezza. Poi incominciò a canticchiare. Lo fece ad arte? Aveva imparato la strada della mia malinconia?... Io non so... Le forze mi vennero meno... Allora mi prese fra le braccia e mi baciò sulla bocca... lungamente...
«Non gli resi il bacio; fu la cosa di un attimo, chè il mio smarrimento non durò più di tanto. Dopo, ogni suo tentativo fu vano.