Allora udii il suo passo dietro le mie spalle; poi sentii il suo respiro sulla mia guancia, poi le sue braccia attorno al mio collo.
Ah, che bastava, bastava, e l'impeto che mi nacque non poteva ormai più essere infrenato!
Ne fu travolta.
L'avvinghiai, la strinsi, la sollevai fra le braccia, me la portai via come una bella preda, come l'amor mio vivo, come il mio desiderio che ardeva.
Niente più poteva essere fra me e lei per dividerci. Era superato il limite. Io già ti avevo nel mio amplesso, da quando, ghermita così nella tua dolcezza di amante, ti portavo verso il grande letto damascato, perchè tu vi morissi d'amore!
Ma ormai, ciò che era in me era in te; la mia follia era la tua follia.
E la posai sul grande letto, riversa, nè ella ebbe un grido nè un atto di repulsione: anzi languiva nello spasimo che era ormai troppo grande e angoscioso.
Non l'abbandonai più. Il vederla così, sotto di me, più bella di ogni umana figurazione; il vederla trasfigurata nella mia e nella sua gioia; il sapere ch'ella mi desiderava come io la desideravo e che non v'era più neppur l'ombra di un'ombra che si frapponesse al pieno compimento del nostro piacere, mi rendeva cosciente nel mio delirio, tanto che mi attardavo per vieppiù godere di lei, della sua bellezza, del suo spasimo che mi si offriva intiero perchè ne partecipassi fino a che la mia giovine forza mi avesse sorretto.
Soave era il lume della lampada e non volli spengerla. Le finestre erano tuttavia aperte; ma chi poteva udire, dal silenzio del giardino, il lamento del nostro piacere?
Entrava il lume delle lucciole e delle stelle. L'accarezzai tutta quanta ed ella, sempre più smorta e tremante, mormorava: