— Baciami, baciami, baciami.

Non aveva più parole ma un lamento, un gemito. Poi le sue mani mi cercarono e non fummo più due corpi, ma un solo corpo, nell'ansito del piacere.

E finalmente riversa, abbandonata, esausta, la feci mia e vidi la sùbita contrazione dolorosa del suo volto, udii il suo grido, mi accorsi ch'ella era intatta e che mi aveva fatto il volontario dono della sua verginità.

Tu mi portasti quella notte, alla Monaldina, il fior del tuo corpo intatto.

Fu quella la prima volta per te, nella gran notte di maggio; ed io ancora sento il brivido del tuo dolore, del nostro piacere.

Poi la tua tenerezza moltiplicò come più ti sentivi mia, ormai, perduta in me perchè io ero stato il primo a farti soffrire, il primo a prender da te la mia gioia e a darti l'accecante e dolorosa ebbrezza del sussulto, del brivido, del delirio, della spossata pausa in cui si rinnova più forte l'inesausta volontà di godere e di soffrire.

E fino al mattino godemmo; fino al mattino fummo l'uno dell'altra: fino a quando cioè una piccola campana suonò l'alba e cantarono i galli dalle aie.

Allora, sempre avvinti, cademmo in un pesantissimo sonno e tutte le cose del mondo disparvero per la nostra giovinezza in riposo.


Ella aveva un altro volto, il giorno dopo. Nei suoi grandi occhi celesti era una infinita tenerezza e una infinita malinconia.