Ebbene, che avevo detto io, giudicando Paolo e Virginia?... Perchè sentivo di tornarle uggioso; io sentivo ch'ella mi respingeva da sè, stanca, annoiata, satura di ogni apparenza e sostanza.

Ella era un'altra creatura con un'anima diversissima da quella che le avevo conosciuta fino a quel punto.

Mi trovavo per strade e castelli dei quali non avevo immaginato l'esistenza e in cui, pur dovendo soggiornare, non sapevo come soggiornare.

E guardavo Giacometta, sospirando sempre più forte, nella speranza di attirare l'attenzione di lei. Ma è scritto che in amore, salvo eccezioni singolarmente rare, l'uno dei due debba soffrire; ed è scritto altresì che quanto più l'uno soffre, tanto più si inasprisca l'altro nell'esacerbargli la pena.

Questa strana legge presiede l'unione delle anime e dei corpi; ma guai all'amore che non conosca sofferenza! Niente è più in causa allora; e nessuna vera gioia può aprirsi alle misere creature senza mutamento.

V'è certamente una muta e oscura e altissima volontà che ci costringe al dolore, che ci prepara al dolore per guidarci più oltre, sempre più oltre, superata la nostra miseria, verso la pura gioia che si eterna nella immensità stellare. Agli occhi che guardano per entro le anime e i fatti del mondo, questa verità non può sfuggire. Noi siamo a una dura tormentata prova dal primo all'ultimo giorno del nostro vivere.

E la mia prova, cominciata già con l'inopinato salto che l'amore m'aveva costretto a fare, si inaspriva ora in più complicate apparenze, in più sottili dissonanze.

Il silenzio si faceva più penoso, per me, di minuto in minuto: un silenzio ostile nel quale pareva covasse la tempesta destinata a tutto travolgere.

Io pensavo che Giacometta avesse indovinato tutto; che la mia sciocca zia l'avesse urtata fino alla nausea; che io non potessi apparirle ormai se non come un povero diavolo che non poteva disporre neppure della propria volontà.

E non mi dava modo di parlare, evitava guardarmi; si scansava infastidita, se, per caso, una mia mano, abbandonata sulla tavola, le sfiorava il gomito sul quale aveva appoggiato il capo, sempre volgendosi dalla parte nella quale non potevo trovarmi senza possedere il dono della ubiquità.