Non aggiunsi altre parole.
Giacometta si avviò, lenta e dinoccolata, verso la porta. Ella era veramente un'altra creatura e un'anima diversa era in lei. Quale improvviso dèmone la possedeva? Tutta la sua giovinezza pareva svanita in un infinito disgusto e pareva che la più amara esperienza della terribile inutilità della vita l'avesse smagata sì da renderla insensibile e tanto lontana da ogni cosa e da ogni creatura da non avvertirne la presenza.
Anche il suo volto non era più quello di una bimba; gli occhi avevano perduto la loro azzurra e quieta serenità per farsi torbidi e oscuri; i lineamenti non avevan la morbidezza disciolta de' suoi diciassett'anni, ma si erano induriti fissandosi in una linea aspra.
Giunse così fino alla porta, camminando come se una suprema stanchezza la stroncasse e non fosse in grado di muovere il passo sicuro.
Giunta all'uscita si fermò presso una mensola e si guardò nella grande specchiera situata all'angolo della sala.
C'erano dinnanzi a lei, sulla mensola, tre piccole rare ceramiche. Le guardò un poco poi con gesto inatteso e rapidissimo, le afferrò l'una dopo l'altra e le scagliò contro il muro opposto.
Ero sbigottito.
Come se niente fosse pose la mano sulla maniglia della porta; ma, prima di uscire, si rivolse a me e con voce strascicata disse:
— Vi prego di non ritornare se non sarò io a chiamarvi!
Poi uscì.