Ed io rimasi come il gavitello disancorato che appare e scompare sulla cresta dei marosi.

XV

Non suicidatevi. Sarebbe un imperdonabile errore.

Era notte alta e ancora giravo per le deserte vie della città semibuia.

Avevo deciso di non ritornare a casa. Dovevo andarmene lontano da tutto e da tutti; dovevo lasciare, una volta per sempre, la signora Adalgisa e la piccola città grugnita fra i suoi tre campanili.

Già che la fortuna mi aveva creato libero, dovevo valermi della mia libertà.

Quante mai volte non m'ero io soffermato, sul tramonto, ad ascoltare il rombo di un treno che si allontanava verso l'imminente sera? E quante mai volte, per un senso di penata impotenza, non avevo sospirato dietro quel rombo che, pareva a me, fosse avviato verso tutte le terre promesse, verso tutte le musiche lontane? Oh, potersi lanciare nel solco del sogno; nella luminosa scia della nave che scomparirà fra breve, che non sarà più niente fra breve ma una esilissima traccia di fumo nell'ultimo cielo!.

Tutta la mia passionata anima voleva ora, voleva fortemente, non già per fuggire il dolore, ma per non languire nel dolore. Portarsi via la propria sofferenza; essere una faccia pallida e ignota nella grande fiumana degli ignoti, via per le strade della terra.

Io volevo questo.

Quella notte c'era, anche in me, un filo di tragedia.