Ridevi nel palazzo di Re Enzo, nel tuo Nettuno che non gocciola più, nel tuo Pavaglione dove passano le figliuole tue più belle e fresche e possenti, nate per l'amore che sempre vuol trovare una nuova canzone.
E se Dante disse male di te, ebbe torto, il padre nostro un poco arcigno; e certo non aveva vissuto il tuo grande e generoso cuore.
E dir male di chi si prodiga è certo un dir male della Divina Provvidenza.
Quando uscii dall'albergo cantavo. Avrei data l'anima mia al primo passante. Sorridevo a tutto e tutto mi sorrideva.
Dove andavo?... Per il sole, per la soavissima mattina di quella fine di aprile. Andavo ad aspettar l'amore. Andavo ad incontrarlo, chè mi pareva dovergli abbreviare la strada.
A quando a quando guardavo l'orologio e mi dicevo:
— Ora sarà a Faenza... ora sarà a Castel Bolognese...
E la vedevo, in un rosso compartimento di prima classe, guardar dal finestrino la campagna che fuggiva, gli occhi assorti sui filari degli olmi, sui festoni delle viti, sulle case, sulle ville, sui turchini dolcissimi colli della nostra Romagna. La vedevo colta dalla mia stessa ansia nervosa che non le permetteva l'abbandono, il riposo; ma la stancava anzitempo in un'attesa snervante.
Mi fermai alla vetrina di un fioraio, sotto i porticati di via Indipendenza. Comprai per quaranta lire di rose che feci mandare all'albergo per Giacometta.
Ritornai all'albergo. In preda a una vera sofferenza fisica, mi trascinai di sala in sala; sedetti su tutte le poltrone, mi abbandonai da un divano all'altro; implorai l'orologio grifagno, il quale si appuntava sempre sugli stessi numeri. Ciascun minuto ebbe il suo profondo sospiro. Certi stiramenti nervosi, che non potevo assolutamente vincere, mi lasciavano in una profonda depressione.