E finalmente mancò un quarto d'ora, mancarono dieci, otto, sette minuti...
Che avrei detto rivedendola? Ah, che non si trovano parole là dove il commosso amore vive la sua prima giornata!... Sentivo che non avrei parlato. Non avevo niente da dire. O meglio: tutto quanto era in me di vita, di spasimo, di sincera offerta, poteva leggersi negli occhi miei, nella mia pallida faccia.
Appunto perchè ogni mia facoltà non viveva che della passione mia. E non c'era posto per altre cose nè per pensieri diversi; nè, i miei diciannove anni, potevano parlare come parlano i trenta, i quaranta, quando l'amore è passato per tante strade e conosce le sue parole.
Io allora ero, appunto, di una semplicità francescana. Ma la giovinezza non si specchia mai alla sua fonte freschissima e non sa compiacersi. Vive e trascorre affannando, finchè non sosti, non si rivolga a guardare e sospiri, ed è ormai per morire!
Non potendo più attendere nella penombra della grande sala a vetri, mi feci sulla porta dell'albergo e vidi arrivare l'omnibus. Veniva dal fondo del vicolo, pencolando, sovraccarico di bauli e di valige.
Io non vidi chi fosse dentro a quel grande cassone a vetri; ma sentii che tu c'eri, Girometta!...
Ti chiamo Girometta perchè sei il fiore della mia canzone; perchè ora, che ti faccio rivivere, ti ritrovo come allora e ti sto intorno con lo stesso commovimento amoroso.
Poi l'omnibus si fermò e ci vedemmo.
Tu ti levasti di scatto dal rosso sedile sporgendoti verso i vetri chiusi; ridendo e agitando le mani...
Io arrivai fino allo sportello del pesante veicolo. Ma prima ne discesero due inglesi, una enorme signora, un funzionario, una dama segaligna e il suo pargolo dai capelli color canapa... poi eccoti eccoti eccoti, mia festante creatura... tormento e amore mio indimenticato!...