Manso Liturgico di fronte a l'amor suo era impacciato e goffo quasi dovesse risolvere un oscuro problema impostogli dal Divin Creatore allo scopo di martirizzarlo.

Come scese la sera assaggiarono appena la cenetta che Giasmîn aveva allestito. Europa, perduta quasi in una poltrona da l'ampia spalliera, di fronte alle finestre dalle quali luceva il pallido cielo, verdognolo a l'occaso, come un'acqua chiara e profonda, guardava pensosamente lo svettar lento, ritmico degli abeti nel loro breve semicerchio. Didino, con gli occhi bassi, come immerso in una grave meditazione su l'eternità, tamburinò con le dita, su la tavola, un tempo di marcia.

Si accendevano i primi sorrisi di stelle. Vespero già era alto a l'orizzonte, bianco e lucente nella dorata diafanità de l'ultimo crepuscolo.

Le lontananze si perdevano sotto l'imminente dominio della notte. Ancora qualche punto bianco, qualche gemmea cosa ne l'infinito; un bagliore di sogno lontano.

Disse Europa non volgendo il capo, quasi parlasse agli abeti:

— Io non ho sonno!

Mormorò Manso Liturgico di rimando:

— Neanch'io.

Poi si tacquero di nuovo. Così si sarebbero taciuti chi sa per quant'altro tempo ancora se una porticina nel fondo non avesse cigolato d'improvviso e Giasmîn non fosse apparsa.

Gli adolescenti si volsero di scatto.