— Buona sera.
Udirono chiudersi la porta della sala; il lieve scalpiccio della giovanetta si perse. Udirono ancora il cigolar delle vecchie ferramenta che chiudevano la porta d'ingresso del castello.
Altro silenzio più grave, più lungo del primo; poi, giù per la costa, la voce squillante di Giasmîn cantò l'endecassilabo dei pastori, la semplice invocazione:
«Amante! Amante! Amore amore amore!».
Si perse. Gli alberi neri attesero immobilmente la sorella che sorge dai mari, per il suo viaggio remoto.
Europa e Didino si guardarono negli occhi un attimo. Madre Solitudine li aveva avvertiti ch'essi erano liberi come il vento; che, nel grande castello dei Lecci, erano arbitri e padroni poichè due soli cuori, ne l'ampio giro delle mura turrite, battevano. Madre Solitudine li incitò, senonchè il fuggevole sguardo non ebbe risultato positivo.
Europa si volse un poco su l'ampia poltrona; Didino sentì un fremito trascorrergli le reni sottilmente.
Il sonno pertanto esulava dai loro sensi turbati.
Dalla finestra aperta giunse il trillare dei grilli mariani, dei grilli che vanno fra stelo e stelo, sotto i fiori della menta, col loro timpano d'argento a far la serenata alle stelle; giunse l'aroma dei fieni maggenghi e delle resine dense. Sciami di falene entrarono attratte dalla luce e fecero ghirlanda alle tre fiammelle, come un nimbo primaverile.
Europa fissò l'ardente luminosità di Sirio ch'era apparso sopra gli abeti.