— Da quella parte — rispose tendendo un braccio la pastorella. — A Ca' Nigra.

— E il castello dei marchesi Barbigi non è quassù?

— Sì. Ca' Nigra è dei marchesi Barbigi.

— L'avevo detto io! — esclamò il ben chiomato profeta esultando.

Con miglior lena che mai, dopo qualche ricalcitrare di Fiùt, ripresero l'erta. Il primo sole li avvolse. Disuguali e barocchi nelle loro sagome originalmente eccezionali, proseguirono l'un dietro l'altro.

Marcôn con la galosa grigia che portava, non già foggiata in breve copricapo rotondo, ma diritta, a pane di zucchero, come una qualche mitria orientale, e col pastrano di stoffa violetta che indossava sempre, d'estate e d'inverno; il Cavalier Mostarde, fiero ne l'arroganza degli enormi mustacchi, degli occhi imperiosi, delle folte ciglia sotto il cappello da l'ala vasta come un ippodromo. L'uno contemplava l'altro; poteva dirsi tutta l'umanità in quei due estremi: il pensiero preceduto dalla forza e scortato da l'eterna gaiezza di Padre Sole. E il sole indorò i loro contorni, fece riscintillare i bottoni argentei del lungo pastrano violetto di Marcôn, gettò le loro ombre sul prato: due sgorbi che si inseguivano passando, inconsistenti, su gli steli delle lupinelle e de l'erba spagna. Troneggiava il Cavaliere, innanzi, col suo bel naso arcuato e la vigorìa delle spalle quadrate; Marcôn seguiva, curvo su la sua curva bestia, con gli occhi fissi nello stupore del sonno e le braccia abbandonate lungo il corpo per istanchezza fisica e per fissa intensità di meditazione.

— Come si respira bene — disse il Cavalier Mostardo.

— Sì — rispose Marcôn, ma distrattamente. Egli pensava alla profezia che gli aveva fatta un vecchio indovino dei monti, Gièvul, qualche anno innanzi, una sera in una campagna abbandonata, mentre andavano alla ventura. Gli aveva detto Gièvul, ch'era molto più sapiente di lui perchè più tempo aveva corso il mondo e portava gli occhiali; gli aveva detto con voce fatidica: — Io vedo che tu avrai fortuna nell'avvenire. Sei nato sotto la stella diana! — E tale profezia, da quella sera lontana, era nella sua mente continuo assillo e speranza luminosa. Salirono, salirono come alla conquista del sole, verso l'inarrivabile cima e la luce si fece più intensa e le cose intorno più chiare.

Alla fine sbucarono dalla terra, d'improvviso, quattro torri monche e un giro di mura merlate.

Il Cavaliere si volse a guardare Marcôn; questi scosse il capo affermativamente.