Scendeva nel contempo Giasmîn, con due anfore di rame su le spalle; scendeva alla fonte. Quando fu distante pochi passi, il Cavalier Mostarde, ch'era in vena di galanteria e sempre lo era allorchè un visuccio adorno solleticava il suo amor proprio di uomo piacente, disse rivolto alla giovanetta e cercò nel dire il suo sorriso più fiorito:

— Fronte-di-sole è dei marchesi Barbigi quella rocca?

— Sì, è dei marchesi Barbigi — rispose Giasmîn sorridendo. E riprese dopo una pausa:

— Ma chi cercate?

— Questo è affare che non riguarda Bocca-di-corallo! — rispose il Cavaliere, inchinandosi per accarezzare Giasmîn, che si scostò. Poi l'uomo rosso piantò i tacchi nel ventre della muletta la quale, o offesa dallo sgarbo inaspettato, o presa da improvvisa gagliardìa per i primaverili sentori, si lanciò, non l'avesse mai fatto, in corsa sfrenata. Il Cavaliere per non dimostrar timore, curvò la schiena, strinse i ginocchi e si adattò momentaneamente alla pericolosa parte di cavallerizzo. Ma il peggio si fu che Fiùt, la nervosa creatura dai subiti entusiasmi, visto l'esempio e animato dalla comparsa di un'asinella grigia, innanzi alla casa di Vuriòl, si dette a ragliare con le sue trombe poderose dal suono simile a quello degli ottoni guerreschi, e a falcate, a sgambetti, a raggiri, soffiando e sternutendo, ritta la coda, nero flabello di vittoria, sorpassò la muletta, non sentendo ormai nè grida, nè busse; orgoglioso e caparbio, indomito e selvaggio ne l'impeto del suo amore.

Marcôn chiuse gli occhi, arroncigliò le orecchie del barbaro nemico, si resse più che potè; ma ad un tratto si sentì lanciato ne l'aria e cadde pesantemente innanzi alla casa di Vuriòl, mentre Fiùt rincorreva a disperazione la fuggitiva compagna.

L'entrata di Marcôn, nel dominio del grigio castello, fu accolta da una risata argentina perchè Giasmîn ch'era ritornata, spinta dalla curiosità, aveva assistito alla scena grottesca.

Giunse poi il Cavalier Mostardo, di trotto serrato, ballonzolando rigidamente. La muletta si fermò contro un pagliaio e il Cavaliere, non senza fatica, scese di sella.

A l'inusitata irruzione, Êrla e Vuriòl uscirono su l'aia e guardarono, sorridendo del riso bonario dei contadini, il Cavalier Mostardo che, ai loro occhi, si rivelò subito un'autorità cittadina.

Il Cavaliere si rivolse a Vuriòl e gli disse: