— Noi siamo più forti contessa; ricordatelo!

— Io affido nelle vostre sante mani il mio destino.

— Così sia! — disse Don Barchetta guardando co' suoi occhi miopi, attraverso ai vetri, un giardinetto malinconico nel quale cresceva, fra quattro mura verdastre di muffa, una vegetazione miserrima.

Il servo, alla chiamata della contessa Gilarda, riaccompagnò i tre preti a l'uscita; poi, quando il silenzio ritornò nella stanza semibuia, la signora si diresse verso una porta nascosta da ricchi cortinaggi e, con voce impaziente, si dette a chiamare:

— Messibèll! Messibèll!

Si udì una corsa, un mugolio, indi comparve, aggroppando la coda, tutto tremante e festante, uno di quei piccoli canini africani ch'ebbero in dono da natura, fra le altre bellezze, quella di non avere, sul corpicciuolo malfatto, l'ombra di un pelo.

Messibèll si rizzò su le zampe posteriori, abbassando le orecchie con l'aria di timido ebetismo che è sì propria a questi piccoli amici de l'uomo intelligente. La contessa se lo recò fra le braccia, prodigandogli ogni sorta di vezzeggiativi amorosi e una volta ancora, nelle avversità della vita, riconobbe come l'eterna provvidenza, per istabilire il divino equilibrio delle cose, creasse l'uomo, il dolore e il cane.

CAPITOLO III. Nel quale Gargiuvîn ha una sua esclamazione consueta.

La gaia città del piano, sede degli avvenimenti ch'io narro, ospitava allora una combriccola di anarchici, gente di piacevole eccezione.

Detti anarchici non erano propriamente seguaci de l'etica patologica stirneriana, nè conoscevano l'utopistico comunismo de l'Owen, o gli imperativi categorici del Bakounine e del Kropoktine; erano uomini semplici, fedelissimi sudditi di Sua Maestà la miseria e amanti della libertà che trascina i figli suoi su la terra e sul mare sotto ali di fiamma.