I ben pensanti li chiamavano vagabondi; Augusto Regida, bello spirito gioviale, li diceva gli intellettuali dello strame; ed erano in realtà un po' de l'uno e de l'altro, in giusta misura.

Ora, capo della combriccola, era Gargiuvîn, omuncolo deforme.

S'egli fosse nato nel Medioevo, avrebbe fatto fortuna allogandosi presso qualche Corte quale giullare. Nel secolo de l'acciaio, la creatura del riso, si era votata alla morte.

La gaiezza, allorchè persegue un uomo, gli fa un comodo e ridevole nido nelle cose più scabre.

Gargiuvîn era piccolo e sciancato; le sue gambe divergevano talmente da formare il chiaro disegno di una X. Un viso pallido, magro, dagli occhietti arguti e maligni, aventi sempre un'espressione canzonatoria; i capelli tagliati a fratina e le orecchie dismisurate eran complemento a l'insieme.

Per questo gnomo, i poliziotti, le leggi e la moneta, erano impacci di cui si poteva far senza poichè rappresentavano avanzi di barbarie. La sua anarchia in queste tre istituzioni trovava i suoi punti cardinali.

Lo seguiva Arfàt, uomo alto e bitorzoluto dagli occhi piccolissimi e celesti. Arfàt aveva nella vita due odii: l'acqua e le donne. Si era ascritto al partito anarchico militante perchè doveva a Gargiuvîn cinque lire. Pagava di persona.

Essendo brutto e taciturno, le donne ed i fanciulli lo temevano, raccontando sul suo conto avventure orrende, delle quali il mite solitario avrebbe avuto per primo, somma paura.

Arfàt faceva lo spranghino ed era conosciuto da tutta la città, sì per l'arte sua come per il grido gutturale e indimenticabile.

Secondo, era Marcôn, piccola ed esaltata creatura, che assumeva pose profetiche. Portava a zazzera i capelli sì che da questo suo costume e dai piccoli occhi neri e dal naso lungo e puntuto, gli era nato il nomignolo di Marcôn che, in dialetto romagnolo, significa cornacchia. Prima di essere anarchico, Marcôn, per seguire la sua manìa divinatoria, diceva la ventura.