«Il suo nome è una bandiera; la sua vita un segnacolo di giustizia; la sua fede è la nostra, elettori; quella fede per la quale da tanti anni diamo tutte le nostre energie, tutto il nostro sangue.

«Elettori!

«In nome di questa fede incrollabile, v'invitiamo a gridare con noi: Evviva la R...»

I puntini erano posti per evitare un sequestro.

A tali accuse La vera Croce raggiunse il diapason delle sue apocalittiche visioni e La Verità attaccò la condotta dei capi repubblicani.

Così i primi fuochi si accesero e la politicofilia romagnola cominciò a porre gli animi in quello speciale stato di tensione che ha sempre, come risultato finale, una qualsiasi conflagrazione di parole nelle classi borghesi dirigenti; di azioni nelle masse popolari barbare e audaci.

A compire le prime avvisaglie della lotta che si annunciava quell'anno insolitamente accanita comparvero sui muri, i manifesti proclamanti le poste candidature dei singoli partiti.

Due avvocati si contendevano il campo: Livio Merate, candidato repubblicano; e Giacomo Albenga, candidato monarchico-clericale.

Nelle antecedenti elezioni, il partito monarchico e il partito clericale si erano astenuti cosicchè gli uomini rossi avevano riportato una grande vittoria. Il dubbio di non ottenere nelle nuove elezioni identico risultato, era tale assillo doloroso agli uomini rossi che le più ardenti fantasie furono chiamate a raccolta per escogitare nuovi mezzi, atti a raccogliere il maggior numero di voti possibile.

L'accensione velava, ne' suoi alti bagliori, le qualità speciali di bonaria festevolezza, di ampia e cordiale ospitalità per le quali le genti romagnole vanno nominate in Italia. Ogni forestiero rappresentava in quel periodo, per lo meno una x incognita di dubitosa vicinanza. Più non si aprivano le case con la facile accoglienza patriarcale di gentile memoria; le mense non erano condivise; il volto de l'ospite non sorrideva più alle giovanette e ai candidi capi dei vecchi, finito l'abbondante pasto servito in onor suo; la diffidenza era subentrata alla ingenua festevolezza primitiva; il silenzio alla feconda loquacità ridanciana; il cipiglio fiero alla serena espansività dilagante.